martedì 10 aprile 2012

HUSSERL (FILOSOFIA)


 (da 310 a 319)

RICERCHE LOGICHE:
 
Le ricerche logiche sono il primo scritto importante di Husserl che segue la critica di Bolzano e Frege che avevano ritenuto che gli atti psichici su cui Husserl fondava la sua riflessione, si basano solo sulla contingenza e non si possono derivare da essi leggi universali e necessarie quali quelle logiche e matematiche. Dunque questa assolutizzazione della psicologia che alcuni promuovevano, prende il nome di psicologismo.
I) ricerca logica: Husserl sottolinea la differenza tra significato e significante; il significato è la dimensione oggettiva e ideale dell’enunciato, per esempio, “il triangolo ha tre lati” ed è irriducibile all’espressione; quest’ultima è invece variabile e contingente ed è studiata dalla psicologia.
V) ricerca logica: l’atto psichico è visto come un vissuto. Esso tende all’oggettività ed è legato all’intenzionalità ovvero al rinvio ad altro da se. L’oggetto intenzionato è irriducibile all’attività di coscienza. Peculiare dell’atto psichico è anche la qualità che definisce l’oggetto per rappresentazioni, giudizi o valutazioni. L’atto psichico ha poi sempre una materia: vi sono i dati iletici che sono immediati come il blu di un a parete; l’oggetto in se è dato invece da una progressione di adombramenti, non si da’ mai immediatamente l’insieme.
VI) ricerca logica: Husserl si occupa qui della differenza tra intuizione sensibile e intuizione categoriale; la prima ci è data immediatamente ma dobbiamo riconoscere che nell’esperienza vi sono cose irriducibili al sensibile ma che richiedono la componente categoriale universale, colta insieme a quella particolare. Nell’esperienza abbiamo entrambe le componenti che contribuiscono alla nostra conoscenza della realtà. (cfr. empirismo: tutto viene ricondotto all’intuizione sensibile). Per Husserl, la dimensione categoriale universale è un a priori materiale e non solo formale come invece riteneva Kant poiché sulla base di esso possiamo costruire le scienze universali.
Critica allo psicologismo
1) Lo psicologismo ritiene che la psicologia sia scienza universale e necessaria che fondi tutte le altre. La psicologia stessa, volendo fondare tutte le altre scienze, ne relativizza il discorso, riconducendo tutto ad atti psichici. L’errore della psicologia sta proprio nel non applicare la prospettiva critica che applica alle altre scienze a se stessa.
2) La psicologia pretende di fondare la logica ma la psicologia stessa si basa sulle leggi della logica

IDEE PER UNA FENOMENOLOGIA PURA E PER UNA FILOSOFIA FENOMENOLOGICA:

L’obiettivo di Husserl è quello di creare una filosofia rigorosa sul modello delle scienze ma che possa essere addirittura il fondamento delle scienze stesse.
Tre sono i livelli di riduzione/astrazione cui Husserl fa riferimento.
1) Riduzione fenomenologica: comporta la messa tra parentesi dell’atteggiamento naturale per considerare ciò che si da’ immediatamente. Si prescinde dunque dall’esistenza del mondo in sé, si astrae dalla dimensione pratico-affettiva, per concentrarsi sulla relazione tra coscienza e gli oggetti che la coscienza si rappresenta, giudica e valuta. (cfr. Cartesio: anche Cartesio aveva lo stesso obiettivo di Husserl però, l’epochè di Cartesio consiste nel mettere tutto in dubbio osservando poi ciò che a tale dubbio resiste; per Husserl l’epochè non è “un’eliminazione” ma una messa tra parentesi dei dati.)
2)Riduzione eidetica: Si occupa dei modi generali e universalizzabili (rappresentazione, giudizio e valutazione)  in cui l’oggetto intenzionato si da’ all’attività di conoscenza. Alla fine di queste due prime riduzioni quello che rimane è il rapporto
noesis- noema (rispettivamente l’insieme dei vissuti psichici e gli oggetti intenzionati) e il modo di darsi dei “cogitata” al “cogito”.
3)Riduzione trascendentale: ci permette di arrivare a ciò che resiste all’epochè, ovvero la coscienza trascendentale che è la condizione di possibilità di qualsiasi atto. Essa però non è da intendersi come il cogito cartesiano in quanto è sempre intenzionale (si rifiuta il solipsismo cartesiano e si accetta invece l’intersoggettività) e in quanto non è una sostanza in se e per se. Gli allievi di Husserl lo avevano criticato in quanto la sua prospettiva sembrava a loro idealistica; Husserl infatti diceva che la coscienza costituisce gli oggetti nel senso che li rivela per come si danno al soggetto.
(cfr. Kant: Husserl non accetta di Kant la contrapposizione fenomeno-noumeno poichè il noumeno è un presupposto ingiustificato che non può essere conosciuto. Inoltre secondo Husserl non si può dire nulla sulle strutture della soggettività come invece faceva Kant, in quanto bisogna occuparsi solo del rapporto tra il soggetto e la modalità di darsi degli oggetti.)
(cfr. Fichte: sia Fichte che Husserl condividono l’idea secondo cui l’io puro (coscienza trasc.) è un’attività e non una sostanza; inoltre entrambi ritengono che esista la dimensione intersoggettiva. Husserl però, non condivide la prospettiva fichtiana per cui alla base di tutto, a guidare l’attività dell’io c’è il divino che tra l’altro pone integralmente gli oggetti.)

Empatia (intersoggettività): è la proiezione di se stessi nel comportamento altrui. E’ un processo spontaneo, irriducibile alla causalità, mediante il quale si colgono nell’altro atti intenzionali. L’empatia sta alla base dell’intersoggettività che è un dato di fatto del mondo oggettivo da cui non si può prescindere: solamente il pensarsi come “solo” presuppone l’esistenza di altri.
La fenomenologia si occupa dunque non di fatti ma di idee, essenze. Non si occupa quindi dell’essere in se ma dell’essere in senso predicativo. Le tre essenze che Husserl individua sono legate a 3 tipi di oggetti:
1) oggetti naturali: sono estesi, corporei e si danno attraverso una molteplicità di punti di vista. Si conoscono per adombramenti.
2) oggetti psichici: non possono che essere visti dal punto di vista temporale. Sono legati quindi alla dimensione della storicità.
3) oggetti spirituali/personali: sono interpretati in base alla motivazione.

CRISI DELLE SCIENZE EUROPEE:

Husserl si occupa, come presupposto al discorso, della struttura teleologica della coscienza dividendola in coscienza tematica e atematica. La coscienza tematica è intesa come le parti che io vedo quando conosco un oggetto; la coscienza atematica invece rappresenta invece le restanti parti dell’oggetto che io non vedo ma presuppongo. Man mano che si procede nella coscienza di un oggetto le parti tematiche diventano atematiche e viceversa; continuando ad “allargare” lo sguardo arrivo ad individuare il mondo della vita ovvero l’orizzonte entro cui un corpo mi si dà, l’orizzonte delle possibilità percettive immediate, lo sfondo entro cui facciamo esperienza.
Il mondo della vita è dunque il punto di partenza, la fase che precede il momento costruttivo del soggetto che costituisce le scienze. L’obiettivo della scienza è prevedere il corso dei fenomeni; per fare ciò rigorizza, matematizzando.
La crisi delle scienze europee si fa risalire a Galilei che per primo aveva ritenuto che ciò che non rientra nella fisico-matematica è da considerarsi puramente soggettivo, relativo e irrazionale. Questa posizione ha portato poi allo scientismo ovvero la riduzione dell’intera realtà a leggi e oggetti. Essa ha inoltre riprodotto lo stesso schema anche sull’essere umano, costruendo così “l’uomo di fatto” (nell’uomo è reale solo ciò che dicono la fisica o la psicologia).
Tuttavia è proprio il soggetto attivo che ha creato al scienza e non può quindi essere privato della propria soggettività e libertà dalla scienza stessa. La conseguenza più diretta a questo che Husserl individua nella sua società, è il sorgere, anche a livello politico, di movimenti basati su posizioni e ideologie irrazionalistiche in quanto l’unico ambito razionale è quello tecnico- scientifico; la ragione viene quindi lasciata al di fuori di tutti gli altri ambiti come quelli etico e politico. (cfr. Hitler).  Secondo la prospettiva che Husserl promuove,  ciò che vale deve essere dunque l’argomentazione più ragionevole e non il modo più forte con cui un argomentazione viene affermata. Solo così l’uomo diventa soggetto razionale e libero dove la razionalità è la caratteristica comune a tutti gli uomini indipendentemente dalla razza (cfr. nazional-socialismo: per i nazisti l’elemento socratico della ragione è tipico degli ebrei e quindi è negativo.)
 La scienza ha così tradito gli ideali di universalità, libertà e umanità poiché si è assolutizzata. Alla filosofia fenomenologica spetta il compito di reagire a questo realizzando il progetto universale della ragione greca: creare un’umanità libera e razionale.  

venerdì 6 aprile 2012

POSITIVISMO (FILOSOFIA)


POSITIVISMO ( da pag. 109)
Il positivismo è una forma di pensiero che si sviluppa in Europa tra diciottesimo e diciannovesimo secolo. In generale il positivismo elabora un pensiero che risponda a queste caratteristiche: deve essere chiaro, preciso e utile; deve inoltre avere come modello da seguire la fisico matematica e deve basarsi o sull’osservazione empirica degli oggetti per arrivare poi alla conoscenza delle leggi che governano tali oggetti. Potremmo trovare dele analogie con il pensiero illuminista, per quanto riguarda il fatto che il pensiero ha come principale obiettivo il progresso ma l’illuminismo parlava piou che altro della ragione e non tanto della scienza. Dai romantici i positivisti riprendono l’esigenza di “assolutizzazione”: non dell’intuizione poetica, come i romantici, ma della scienza stessa.

COMTE
Comte è l’esponente più importante del positivismo francese. La natura della conoscenza scientifica secondo C. è formata dal sapere positivo: utile, fondato, chiaro. E’ caratterizzata da un metodo e da un linguaggio, quello matematico. La matematica non può però essere considerata una scienza in quanto, se si da per buona la definizione che il positivismo da di “scienza” (scienza= conoscenza di fatti), la matematica non risponde a questo criterio. La matematica è una scienza a priori che non conosce però la realtà naturale. Il metodo e il linguaggio della scienza sono quelli che rendono possibile la previsione dei fenomeni: “scienza dunque previsione, previsione dunque azione.” Il metodo scientifico è sperimentale: osservazione di fatti diretta o con l’aiuto di strumenti, elaborazione di ipotesi dopo la verifica delle quali si possono elaborare della leggi che presiedono al corso dei fenomeni.
Comte individua diversi tipi di scienze che lui classifica il 2 gruppi: le scienza inorganiche sono l’astronomia la fisica terrestre e la chimica; quelle organiche sono invece la biologia e la sociologia. Quest’ultima è quella più complessa in quanto possiede un oggetto particolare. Una scienza infatti è tanto più semplice quanto piu’ il suo oggetto è generale. Tutte queste scienze sono passate attraverso 3 fasi di sviluppo: teologica, metafisica e positiva che rappresentano sia lo sviluppo della storia sia quello dell’uomo.
La fase teologica è quella in cui l’uomo pretendeva di conoscere la realtà essenziale delle cose, riconducendo tutto ad entità sovrannaturali trascendenti la realtà. Lo stato metafisica è quello in cui si vuole sempre conoscere l’essenza delle cose ma riconducendole invece ad essenze immanenti la realtà. Nello stadio positivo l’uomo limita invece l’indagine ai fatti e alle leggi che presiedono questi fatti.
Le scienze hanno quasi tutte raggiunto totalmente lo stato positivo (da fisica celeste ad astronomia, la fisica terrestre ha raggiunto l’ultimo stadio con la riv. scientifica di galilei, l’alchimia è diventata chimica, l’antropologia è diventata biologia e la sociologia è diventata quasi totalmente da filosofia pratica a scienza sperimentale) a parte la sociologia. Quest’ultima si divide in statica e dinamica. La statica si occupa delle strutture permanenti della società e si fonda sul principio dell’ordine; la dinamica si occupa invece dei cambiamenti della società e si concentra sul concetto del progresso. Analizzando la società sotto quest’ultimo aspetto, si individue un ulteriore sviluppo della società stessa che passa da un’età organica in cui l’obiettivo era l’espansione e la conquista e in cui le classi portanti erano i sacerdoti(clero) e i nobili, a un’età moderna in cui viene meno l’organismo della società feudale (rivoluz. Francese, riforma protestante), per concludere poi con un’età positiva in cui si ricostruisce un organismo stabile e in cui le classi dominanti, scienziati e industriali, hanno come obiettivo primario il progresso che a sua volta porta ad una crescita del benessere.
Nel testo 14 a pag. 134 si parla dello stato positivo. Il concetto più importante il questo paragrafo è la critica agli enunciati non positivi, per esempio quelli metafisici, Essi, insiste Comte, non è che sono falsi; solo che dal punto di vista del sapere positivo non hanno alcun senso: sono poco chiari, “fumosi” e non utili. La metafisica ha infatti come obiettivo la speculazione, un uso astratto del ragionamento, svincolato dal riferimento a fatti positivamente accertati attraverso l’osservazione empirica.
Comte aggiunge poi che la filosofia non può essere considerata una scienza cosi come i positivisti la definiscono. Essa infatti è un metadiscorso, un discorso sulla scienza che ne definisce il metodo e afferma di che cosa tratta, restando pur comunque subordinata alla scienza. Anche la psicologia non è una scienza di per se: infatti risulta essere un misto di biologia e sociologia; la psicologia si occupa delle percezioni interiori. Le esperienze interiori del singolo non sono fatti positivamente constatabili e non possono diventare il fatto di un altro: ecco perché la psicologia, non occupandosi di un ambito intersoggettivo, non può essere una scienza per come Comte la intende.

MILL
Mill è l’esponente più importante del positivismo inglese. Egli, a differenza di Comte, rifiuta la sua tendenza ad assolutizzare la scienza. Si sofferma soprattutto, per quanta riguarda il discorso etico, sui concetti di libertà e utilitarismo. Mill condivide il concetto di utilitarismo ma senza cadere nelle posizioni dell’utilitarismo assoluto alla Bentham: mill individua infatti una classifica dei piaceri da perseguire, mettendo al primo posto i piaceri puri ovvero quelli della conoscenza. Bentham invece tendeva a sottolineare che l’obiettivo primo era quello di perseguire il benessere, la felicità per il maggior numero possibile di persone, cadendo a volte in posizioni quasi edonistiche.
Mill è il teorico più importante del liberismo, come è testimoniato dal suo saggio sulla libertà. La libertà, secondo Mill è un principio indimostrabile ma, pensare che tutto è necessario (fatalismo) comporta sia una legittimazione di ogni azione di forza da parte dell’uomo, sia toglie ilo potere di agire al singolo che si ritrova ad essere in balia della necessità. La libertà è un valore supremo, è il criterio morale ultimo. Essa però non può essere illimitata in quanto si scontra con quella degli altri singoli. Ognuno possiede libertà nei limiti in cui non lede alla libertà dell’altro. Mill individua inoltre i principi cui uno stato, affinchè sia definito liberale, deve rispondere:
- Lo stato non deve essere paternalista: ciascuno deve essere libero di ricercare la libertà con i mezzi che ritiene più opportuni;
- Libertà di associazione, riunione ed espressione. I diritti delle minoranze politiche devono essere riconosciuti;
- Libertà di coscienza (no religione di stato).
Mill non teorizza nessun diritto sociale: la solidarietà e l’aiuto reciproco nascono infatti dall’iniziativa dei singoli.
Mill, è sostenitore del metodo induttivo, quello che procede dal particolare al generale. Riprende le critiche che Bacone faceva al metodo deduttivo (sillogismo aristotelico) considerandolo un discorso sterile in quanto contiene già la conclusione nelle premesse. Inoltre, diceva Bacone e riprende Mill, il metodo induttivo usato da Aristotele, era anch’esso troppo rapido e precipitoso: procedeva infatti mediante la giustapposizione degli elementi. Mill enuncia poi le tappe che il suo metodo si propone di seguire. Ora riporto un esempio.
Antefatto: una persona ha la febbre. Ci si chiede qual è la causa.
a) Metodo delle concordanze: non bisogna isolare ogni singolo fenomeno/caso in quanto la semplice osservazione di UN fatto non ci consente di stabilire un’ipotesi sicura. Bisogna quindi in questo caso raccogliere un grosso numero di persone che hanno sintomi uguali e vedere cosa queste hanno in comune. Così ci si avvicina ad una conclusione possibile: il fatto di aver mangiato quel determinato cibo ha portato alla febbre.
b) metodo delle differenze: bisogna raccogliere le persone che hanno sintomi uguali senza però aver consumato lo stesso cibo oppure persone che pur avendo consumato quel cibo, non presentano quei sintomi.
c) metodo delle variazioni concomitanti: se osserviamo che, coloro che hanno consumato quel cibo in maggiori quantità, presentano sintomi maggiori, allora abbiamo un’ulteriore conferma del fatto che la causa della febbre sia quel determinato cibo.
d) metodo dei residui: bisogna ora cercare di eliminare dalla lista dei cibi che ho preso in considerazione quelli che conosco e che sono certo non possano aver causato la febbre.
e) experimentum: prendo quel cibo, lo faccio ingerire ad una cavia e osservo gli effetti.
Il metodo di Mill si chiama induzione imperfetta o enumerazione semplice. Questo procedimento parte dal particolare e osserva alcuni particolari: Tizio è mortale, Caio è mortale, Sempronio è mortale. Dall’osservazione dei particolari giunge alla formulazione di una legge generale: tutti gli uomini sono mortali. Questo “universale” viene poi applicato a tutti i particolari, anche a quelli che all’inizio non erano stati presi in considerazione per la formulazione della legge generale. Questo metodo risulta possibile in base al principio di uniformità della natura. ( le relazioni causa-effetto sono infatti costanti ed uniformi).
cfr. Leibniz: alla base della scienza c’è il principio di ragion sufficiente, presupposto alla luce del quale si guardano le cose. Questo principio universale e necessario afferma l’esistenza di relazioni razionali all’interno della natura. Leibniz però, essendo un razionalista, non aveva bisogno di giustificare un principio univ. E necessario. In mill invece sembra esserci una piccola contraddizione: il principio di uniformità della natura non vale a priori: se è valido deve essere ricavato dall’esperienza. La contraddizione è la seguente: il principio di uniformità della natura è alla base del processo induttivo ma deve derivare da un processo induttivo.(
à questo è contraddittorio).

SPENCER
Spencer elabora tutta la sua teoria alla luce dell’evoluzionismo: l’evoluzione coinvolge sia la dimensione inorganica, sia quella organica, sia quella superorganica (storica). Anche l’etica viene spiegata nel contesto dell’evoluzionismo; nell’agire morale del singolo c’è infatti una componente a priori dove i valori di riferimento sono criteri a priori, In realtà, quelli che all’uomo sembrano “a priori”, non sono altro che elementi “a posteriori” per la comunità. Infatti, con l’evoluzione della vita di una comunità , è sempre più chiaro ciò che è utile alla comunità stessa: con l’esperienza ci si rende infatti conto delle conseguenze di determinate azioni e si stabiliscono delle regole di conseguenza. Queste regole hanno alla base un criterio utilitaristico: se un’azione è utile per la comunità, essa allora è positiva; se invece non è utile, viene “catalogata” come negativa. Con il passare del tempo il singolo realizza una introiezione della norma stabilita su basi utilitaristiche e un’introiezione anche della paura della punizione, conseguente eventualmente il mancato rispetto di tale norma. Ecco quindi che ciò che è a priori per il singolo, nasce in realtà a livello empirico.
Spencer ritiene che esista l’inconoscibile: rimane, nella ricerca scientifica, qualcosa che non è accessibile alla conoscenza dell’uomo.

ARDIGO’
Ardigò è un positivista italiano: egli sottolinea, a differenza di spencer, che non esiste l’inconoscibile. Al contrario, esiste solo l’ignoto. Nulla quindi si sottrae al principio della conoscenza umana; l’ignoto è in linea di principio conoscibile; è la mente umana ad essere limitata.
Ardigò sottolinea che l’evoluzione morale, quella di cui Spencer aveva parlato, porta al prevalere dei valori evangelici (amore fraterno, ecc).

mercoledì 4 aprile 2012

LEOPARDI (ITALIANO)

LEOPARDI

VITA E OPERE

Nasce nel 1798 a Recanati, ha una formazione ecclesiastica dalla quale prenderò poi le distanze. Studia come un disperato. Si sente oppresso nell'ambiente recanatese dove la famiglia incombe sempre su di lui, ristretta culturalmente e carente d'affetto. Cerca di fuggire ma viene scoperto. Compone i due primi idilli. Solo nel '22, quando avverrà la "conversione filosofica" che lo porta verso il materialismo, assai lontano dall'ideologia cristiana, andrà a Roma dove però rimarrà deluso dall'ambiente. Torna a Recanai e dirà addio alla poesia per un periodo, dedicandosi alle operette morali. Viaggia poi da Bologna a Milano, Firenze e Pisa, dove un momento sereno lo farà riaccostare alla poesia: scrive "A Silvia". In seguito torna a Recanati (dal 28 al 30), dove compone altri grandi canti, e di nuovo Firenze. Qui vivrà la sua grande delusione d'amore per Fanny Targioni Tozzetti per la quale scriverà le canzoni del "Ciclo di Aspasia". Si trasferisce infine a Napoli, la salute peggiora. Scrive gli ultimi due canti tra cui "La Ginestra". Muore nel 1837.


"SISTEMA FILOSOFICO"

Si basa sullo Zibaldone, una raccolta personale di pensieri e riflessioni filosofiche, tentativo di sistematizzare le proprie idee. Non è pensato per essere pubblicato.

La sua filosofia è una risposta a problemi soggettivi che vuole avere un valore universale.

Prima fase
Tratta dell'infelicità dell'uomo. Essa non dipende dalla natura, che è benigna e dà all'uomo illusioni e la speranza di poter essere felice. Essa dipende dalla civiltà umana, la quale ha dato all'uomo la Razionalità, la consapevolezza di non poter raggiungere la felicità. Questo è ilpessimismo storico (cioè dipende dall'elemento storico che è la civiltà).
L'uomo però può riscattarsi e recuperare le illusioni attraverso i valori del mondo antico, attraverso l'eroismo e l'azione (questa fase coincine con la produzione delle Odi).
Ma le delusioni politiche lo portano in crisi.

Seconda fase: (dal 1819 al 1823)
la realtà si legge attraverso i sensi (sensismo)
il comportamento si basa sull'utilità (riprende illuminismo)
l'uomo è il suo corpo, non c'è anima (materialismo e meccanicismo)
Sviluppa la teoria del piacere: l'uomo cerca continuamente la felicità ma non riesce ad ottenerla: il desiderio è illimitato.
La natura ci ha dato le illusioni per proteggerci ma noi le abbiamo perse per colpa della sete di conoscenza, la quale non è altro che una nostra caratteristica dettata dalla natura. Essa è quindi malvagia e la causa della nostra infelicità: ci ha fatti ricercatori del piacere ma incapaci di soddisfarli e consapevoli del nostro limite. Questo è quindi il pessimismo cosmico (cioè dipende dalle condizioni esistenziali dell'uomo).
La civiltà è rivalutata: ha sì distrutto le illusioni ma ci ha anche dato la dignità, la capacità di ragionare (esaltazione della ragione, tipica dell'illuminismo), e la consapevolezza che siamo infelici per colpa della natura.
Ma ha comunque portato svantaggi: l'uomo è diventato più egoista, superficiale, individualista.

Fase di saggezza distaccata ('23-'27)
Si dedica alle Operette morali sospendendo la produzion poetica. Studia il mondo degli antichi greci.

Ultima fase
Formula una nuova morale nella quale crede che aiuto e solidarietà reciproca possano alleviare le sofferenze. Il suicidio è ora visto negativamente.
L'intellettuale ha un dovere sociale che è quello di rendere evidente il vero, riconoscere il male che c'è nell'uomo ma cercare di superarlo attraverso la fraternità. La società deve combattere la natura. C'è quindi una sorta di titanismo (rimane comunque la concezione pessimistica dell'uomo: siamo malvagi e non possiamo raggiungere il piacere)


OPERETTE MORALI (sopratt. Dal '23 al '28)

Sono 25 prose filosofiche, (nell'edizione finale Leopardi ne escluderà una) dunque trattano del suo "sistema": vuole comunicare il vero.
Le tematiche sono varie: parla della necessità del dolore, vuole smascherare il mondo borgheese confutando dialetticamente le sue idee, e si chiede cosa può fare l'uomo. La risposta, che non è però una vera soluzione, è quella di coltivare le virtù.
Prevale la forma dialogata (come in Platone e Luciano), la forma argomentativa per eccellenza.
PUBBLICO: è la borghesia del Manzoni, ma non si riconosce nei valori che questa porta avnati: l'uomo non è al centro dell'universo, la natura non si cura di noi.
È un materialista, perciò avverso allo spiritualismo cristiano, contro i miti religiosi (che portano avanti l'antropocentrismo), non crede nel progresso.
STILE: è per lo più classico pur nella semplicità sintattica.

.DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE
Scritto nel 1824 esprime il pessimismo cosmico di Leopardi.

Un islandese, vagando per il mondo, arrivò in Africa, dove incontrò la Natura personificata (a forma di donna) la quale appare enorme, domina il piccolo uomo. Iinizia il loro dialogo.
L'islandese spiega che ha cercato di fuggire gli uomini, stolti e violenti gli uni con gli altri, che "tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano"(teoria del piacere a 32). Condanna il vivere sociale (40): nella civiltà è impossibile offendere e essere offeso.
Ma anche in solitudine ha sofferto i "patimenti" che voleva evitare: la natura ostile lo ha fatto soffrire ovunque andasse. Ha trovato tempeste, piogge, terremoti, bestie volte a divorarlo... Quindi non è colpa dell'uomo se non trova la felicità, ma è della natura che manda "ingiurie" a noi che siamo innocenti e oltre a farci mortali ci spinge a ricercare dei piaceri che mai soddisferemo, anzi, ci portano a soffrire: la nostra vita è imperfetta. Cadono le illusioni dell'islandese: la natura è a noi avversa, ogni giorno porta sofferenze, anche a lui che ha cesrcato di astenersi da ogni diletto (cfr Lucia di Manzoni). Essa ci perseguita, ci lacera (enumerazione in climax (120) ci dà senso di angoscia).
La Natura allora risponde con ironia: "immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?" (133) A lei non importa delle conseguenze che il suo vivere porta alla società umana: non si accorgerebbe nemmeno qualora dovesse portare all'estinzione della razza umana. Il mondo non è in funzione dell'uomo.
Ribatte l'islandese: "so bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli". Poi chiede perchè ha creato l'uomo se lo ha creato al solo scopo di farlo soffrire, paragonandola a una cattiva padrona di casa che invita l'ospite e poi non lo tratta bene. Si illude ancora con la sua teoria antropocentrica: pensa che la natura abbia voluto porre l'uomo; teoria che viene smontata dalla risposta della Natura: l'universo è un continuo creare e distruggere e l'uomo è solo parte di questo meccanismo. La natura agisce per preservare se stessa, ecco perchè non le importa se distrugge o preserva la razza umana.
Allora l'islandese chiede "a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tute le cose che lo compongono?"
La domanda rimane senza risposta: due leoni d'improvviso lo sbranano, o secondo altri, giunse un forte vento che seppellì l'uomo con la sabbia.


.DIALOGO DI TRISTANO
E' l'ultima operetta (1832) e parla dell'edizione precedente delle operette (del '27), che erano state assai criticate per il pessimismo e altro.
La chiave di lettura è l'altifrasi: il protagonista, Tristano, portavoce di Leopardi, sembra inizialmente accettare la cultura positivista: attraverso una apparente ritrattazione (o palinodia) delle idee espresse in precedenza contro questa cultura. Si capisce però che non sta facendo altro che confutarla con ironia.
Il dialogo è con un amico positivista che cerca di convincere Tristano della ragionevolezza delle sue teorie.

Si parte proprio dalla "accusa" dell'amico: "ho letto il vostro libro (...) si vede che questa vita vi pare una gran brutta cosa".
Tristano risponde di aver cambiato idea, nonostante prima fosse certo che la vita non fosse altro che sofferenza e dunque che la critica gli fosse fatta non per la veridicità della teoria bensì sul vantaggio o danno che tali opinioni portassero.
Dunque ora Tristano si è convinto che la vita non è infelice, mentre prima la pensava diversamente: gli uomini negano la verità per cercare la felicità: rifiutandola infatti si illudono che la vita sia "bella e pregevole e si adirano contro chi pensa altrimenti", specialmente non crederanno mai di non saper nulla, di non essere nulla e di non poter sperare in nulla dopo la morte (materialismo). Però la filosofia più dolorosa è comunque la vera filosofia. (titanismo e dignità del vero): gli uomini sono come mariti che credono le mogli fedeli.
Dopo aver esposto quello che pensava prima di cambiare idea (che è ciò che crede vero l'autore) torna a ritrattare qunto detto: si è convinto che "la felicità della vita è una delle grandi scoperte del secolo decimo nono".
Segue un rapido botta e risposta che imita ironicamente la formula cristiana del credo (68-76).
Tristano afferma di credere nel progresso che ha quindi reso possibile lo sviluppo dell'intelletto ma al contempo ci ha reso più deboli nel corpo; (e questa è una critica di Leopardi). Tristano, a ogni modo, afferma di aver fiducia nel futuro.
L'amico chiede se crede che il sapere stia aumentando. Dopo una risposta affermativa il protagonista precisa che in realtà vede che c'è una cultura di massa: il sapere è più distribuito in termini numerici ma il livello è più basso e "dove tutti sanno poco si sa poco". (Solo in Germania il sapere non è stato frantumato nei saperi individuali). È dunque una critica non un elogio del secolo.
Nonostante questo Tristano afferma di credere che il sapere cresca di continuo. Quindi in fondo non ritiene che il secolo decimo nono sia superiore e a causa dell'indebolimento del corpo e per la riduzione della cultura.
L'amico chiede cosa ne farà dunque del libro che è così contrario alle opinioni positiviste.
Tristano non si preoccupa del giudizio dei posteri: tanto la cultura non progredisce e inoltre l'individuo è vinto dalla massa. In più ormai, al contrario di come hanno fatto i grandi maestri del passato, si pretende di scrivere con poca fatica e il basso costo del libro è proporzionale a quanto vale in termini di contenuti; dunque i libri di questo secolo non sopravviveranno a lungo (critica alla letteratura di quel tempo).
Critica nuovamente le masse anonime, le masse di inetti che non riconoscono l'eccezionalità dei pochi grandi, credendosi tutti "illustri" (168-172). "Ma viva sempre il secolo decimo nono!"
L'amico ha finalmente capito l'ironia di Tristano e tenta una difesa: simo in un secolo di transizione.
Tristano ribatte affermando che tutto è sempre in evoluzione, dunque non è una scusa valida. Ma bisogna lasciare che i cambiamenti avvengano senza forzature e non affrettare i tempi.
Per concludere afferma di credere felice sia l'amico che tutti gli altri uomini, ma sa anche di non essere affatto felice, nulla può persuaderlo del contrario. La morte dunque è l'unico desiderio di Tristano, la sola cosa che può liberarlo dalle sofferenze e si sente addirittura vicino alla morte, (217) e ne è sollevato. Se un tempo invidiava gli scocchi, ignari della verità e dunque felici, ora non invidia che i morti. (232) Neanche la gloria e la fama valgono per lui più della morte.


POESIA

Si può dividere la sua produzione poetica in tre parti: compone:

1) dal 18 al 22: canzoni civili e idilli (e le canzoni del suicidio)

Dopo aver trattato brevemente di alcuni temi scabrosi e quotidiani, subito abbandonati, si passa alle canzoni civili: si tratta di poesia impegnata, patriottica. Il poeta vuole esortare gli italiani alla ribellione, spronarli alle virtù che tanto erano tenute in considerazione dali antichi.
Contemporaneamente si segue un secondo filone, quello degli idilli: qui si riscontra una poesia più lirica, sentimentale: si ha un carattere soggettivo, l'io guarda dentro di sè. C'è una riflessione filosofica sull'eistenza. L'immaginazione è importante.
Lo stile è caratterizzato da un lessico meno classico di quello delle canzoni: è più comune e ricerca il "vago". Per quanto riguarda la metrica Leopardi predilige la canzone e l'endecasillabo sciolto, ricorrendo spesso all'ennjambement
Seguono alla delusioni dei moti del 21, le canzoni del suicidio: rappresentano la disillusione.

2) dal 28 al 30: canti pisano-recanatesi

si parla di poesia-pensiero: vengono coniugati la ricerca interiore lirica e le risposte filosofiche. La poesia diventa soggettiva e oggettiva.
I sentimenti tornano a manifestarsi con slancio, ma ora c'è la consapevolezza dell'avversione della natura, dell'impossibilità di raggiungere il piacere.

3) dal 31 al 37: ciclo di Aspasia, (poi le canzoni sepolcrali), infine componimenti impegnati come "La ginestra"

Sul piane tematico abbiamo l'amore, la riflessione filosofica pessimistica anti-idealistica e critica nei confronti del progresso, una proposta di soliderietà, vista come momento di sollievo alle sofferenze.
Più che all'immaginazione e al senso di vaghezza, ora si dà spazio alla concretezza del presente.
Il ciclo di Aspasia nasce in seguito alla grande delusione amorosa.
Aspasia era una prostituta amata da Pericle, ed è il nome con cui chiama Fanny.
Amore e morte sono i due tempi principali, visti come due forze consolatrici alla sofferenza. Ma quando anche l'amore è deluso cade l'ultima illusione. Dunque Leopardi riconosce il valore che ha l'amore, in quanto esso è un'illusione che rende più sopportabile la vita; allo stesso tempo però, c'è anche la consapevolezza che si tratta di una illusione.

L'INFINITO

Composta a Recanatinel 1819 fa parte degli idilli.

Tema: contrasto traesperienza sensoriale che limita il poeta e la conseguente spinta all' immaginazione (infinita)
La soggettività del poeta emerge chiaramente: abbiamo una sua "esperienza interiore".

I primi tre versi indicano l'esperienza reale servendosi di immagini concrete(colle, siepe...) mentre dal quarto verso (introdotto con un "ma" importante) siamo al di là della siepe, che prima era un limite: oltre essa non riesce ad andare la vista.
Ma adesso ci troviamo nell'ambito dell'immaginazione.Qui gli spazi sono infiniti. Abbiamo cambiato punto di vista, prima eravamo al di qua della siepe, come suggeriscono gliaggettivi dimostrativi "questo" ecc.
Al verso 8 siamo tornati alla realtà ("l'infinito è infatti "quello", cioè lontano). Alle concrettezze della natura (suoni e immagini) il poeta compara l'astrattezza del suo pensiero.
Ora (v. 11) anche iltempo è diventato etrno.
A metà del 13 verso il poeta torna nell'immaginazione, "tra questa immensità", e vi si abbandona completamente: il suo pensiero si annulla nella vastità della vita, che è vento (v. 15)

Importante è che il colle è solitario: la solitudine aiuta la riflessione e ci avvicina all'infinito, infatti il paragone serve per definire, delimitare. Senza confronto è tutto indefinito

La figura metrica chiave è l'enjambement: il discorso (e la sintassi) non vuole essere limitato dal ritmo metrico dell'endecasillabo, bensì lo supera, va oltre (un po' come fa l'immaginazione). Siamo proiettati verso l'infinito.


A SILVIA

Composta a Pisa nel 1828 fa parte dei canti pisano-recanatesi, in seguito alla morte di Teresa Fattorini per tisi.

Tema: il messaggio filosofico della disillusione e infelicità umana: la natura inganna l'uomo, promette in giovinezza ma poi tradisce le speranze (pessimismo cosmico).

Tutta la poesia gioca sulparallelismo autore/Silvia.
La prima strofa è dedicata alla Silvia di allora, lieta ma comunque pensosa, che fatica a diventar donna.
Nella seconda si parla della sua abitudine di cantare mentre lavorava. Intanto pensava, sperando in un "vago avvenir", cioè ignoto. Siamo in primavera, e anche nella giovinezza di Silvia.
Nella terza entra in gioco l'io, cioè il poeta: egli, da giovane, studiava faticosamenteascoltandola, così come lei lavorava faticosamente la tela.
La focalizzazione nel passato visto da allora passa ora al passato visto da oggi:
Al v. 28 il poeta si strugge per quelle speranze (di entrambi) che sono state distrutte. Segue un'apostrofe accusatoria alla natura.
La spiegazione delladisillusione di lei ci è data nella strofa successiva: Silvia è morta anzitempo.
Per quanto riguarda il poeta, ci dice come sia morta anche la sua speranza nell'ultia strofa ("anche peria...la speranza mia dolce")
Siamo nel presentedal v.56: si ragiona sulla condizione presente in contrasto con quello che si sperava allora, e si estende al genere umano la condizione di infelicità.
Conclude la poesia la parola "lontano": è chiaro dunque il contrasto con quel mondo lontano di illusioni e speranze che ormai è finito, esiste solo nel ricordo e il presente, reale, ma aspro e ostile.

Viene impiegate lacanzone libera (per la prima volta): la disposiz. Dei versi è appunto libera, in funzione dei messaggi da veicolare.

La sintassi è dilatata nelle prime tre strofe, così come i verbi sono all'imperfetto: questo dà un senso di dilatazione del tempo, tempo lieto e imperturbato. Le ultrime tre strofe contengono frasi più brevi, una sintassi più spezzata, quasi a sottolineare il dolore; compaiono il tempo presente e passato remoto, per dare concretezza a ciò di cui sta parlando.


A SE STESSO

Scritta nel 1833 dopo la dolorosa disillusione dell'esperienza amorosa con Fanny Targioni Tozzetti, fa parte del Ciclo di Aspasia.

Tema: fine dell'innamoramento e della speranza, l'insensatezza della vita umana e l'impotenza.

Ricorre più volte l'idea di morte, che sembra essere l'unicaconsolazione al dolore: il cuore ora poserà "per sempre" (e viene ripetuto il sempre), l'illusione "perì" (anche questa parola è ripetuta), "il desiderio è spento"...
Quel cuore però aveva palpitato forte: l'illusione di felicità che gli aveva datol'amore era forte. Ma ora non c'è più motivo di palpitare: il poeta sa che l'uomo non può essere felice.
Questo mondo non è degno del nostro palpitare nè del nostro soffrire, (richiamo alla teoria del piacere); il poeta lo disprezza: non è altro che "amaro", "noia", "fango". La vita è "nulla".
La natura è ostile a tutti (universalità del tema), ci ha donato solo la possibilità di morire. (materialismo)
Tutto è vano, nulla ha senso: non possiamo nulla contro l'invincibile ("brutto") potere della natura.

Non c'è sfondo a questa poesia: niente immaginazione: ormai è morta anche quella.

La sintassi è spezzata, frammentaria: sembra il singhiozzo di Leopardi, esprime il suo dolore.
Lo stesso fa il suono -ai ripetuto diverse volte nelle diverse parole (es. "poserai")

lunedì 2 aprile 2012

GABRIELE D'ANNUNZIO

GABRIELE D'ANNUNZIO


VITA

Gabriele d'Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863. Dopo aver compiuto gli studi liceali a Prato, si trasferì a Roma (1881), dove si iscrisse alla facoltà di lettere, diventò collaboratore di alcuni periodici e ebbe molte donne, tra cui la duchessa Maria Hardouin di Gallese che sposò e da cui ebbe tre figli. In questo periodo scrisse le sue prime raccolte tra cui il "Piacere"(1889).

Dal 1891 al 1893 visse a Napoli: in questo periodo risentì molto dell' influenza di Nietzsche e Wagner e scrisse "Il trionfo della morte"(1894); dal 1894, a causa del dissesto finanziario e dei debiti lasciatogli dal padre, non si stanziò in un luogo preciso fino al 1898 quando si trasferì a Settingnano ( fino al 1910). Qui scrisse i primi tre libri delle "Laudi dal cielo, della terra, del mare, degli eroi"( Maia, Elettra e Alcyone).

In questo periodo inoltre si occupò anche di politica: nel 1897 si fece eleggere deputato, presentandosi con la destra, per poi passare tre anni dopo nelle file della sinistra per protesta contro la repressione del reazionario governo Pelloux.

Nel 1910 a causa dei debiti contratti andò in Francia, dove compose (1912) Merope, il quarto libro delle "Laudi", dove rimase in "esilio volontario" fino al 1915.

Essendo scoppiata la guerra, nel 1915, tornò in Italia, dove si schierò con gli interventisti e partecipò a numerose imprese belliche. Conclusasi la guerra, d'Annunzio, poiché ritiene la vittoria italiana mortificata dalla mancata annessione della città di Fiume all'Italia, la occupò con la forza nel 1919 istituendovi un governo militare; ma pochi mesi dopo fu costretto ad abbandonarla dalle truppe governative. Nel 1921 si ritirò quindi a Gardone Riviera, nella villa detta " il Vittoriale degli italiani", fino a quando nel 1938 morì.


IL PIACERE

Il "Piacere", scritto nel 1888 e pubblicato nel 1889, è il primo romanzo di d'Annunzio

Andrea Sperelli, altre ego di d'Annunzio, è un esteta che vive una vita sfrenata, circondandosi di donne, fino a quando non incontra Elena Muti con la quale ha una relazione e dalla quale andrea rimane eccezionalmente turbato. Elena, dopo aver interrotto la loro relazione scappando a Roma, torna due anni dopo sposata a un ricco marchese.Andrea tenta invano di ricostruire i rapporti con la donna e, non riusciendoci, riprende la dissoluta vita edonistica e estetica di prima. dopo essere stato ferito dal marito di un amante, va in convalescenza dalla cugina, dove conosce Maria Ferres, un'amica della cugina, totalmente diversa dal Elena(sensuale, bellissima e dalla forte personalità): delicata spirituale e sensibile.inizia quindi una relazione con Maria, che continua anche dopo che i due tornano a Roma. Qui Maria è costretta a sopportare il peso della tensione erotica di Andrea nei confronti di Elena e ne è gelosa. Questa situazione porta Andrea a pronunciare il nome di Elena mentre è abbracciato a Maria, così che la donna lo lascia. il romanzo si conclude con il fallimento del personaggio e del suo progetto di esteta.


D'annunzio è, insieme a Pascoli, è il maggior esponente del decadentismo italiano. La struttura dei romanzo è naturalistica( impronta naturalistica) ma il naturalismo viene superato( ex: "andrea soffocava", la soggettività del personaggio emerge). All' interno del romanzo ci sono quindi delle istanze comuni tra le due correnti (naturalismo e decadentismo).


ANDREA SPERELLI (testo p 523)

il brano presenta la figura di Andrea Sperelli protagonista del romanzo: Andrea, alter ego dell'autore e eroe dell'estetismo, incarna in se tutte le caratteristiche dell'esteta.

per il protagonista l'arte e valore assoluto: la vita stessa è concepita, sia dal personaggio che da d'Annunzio, come arte e "l'arte per l'arte" è considerato uno stile di vita. vita e arte si identificano e ciò significa subordinare tutto, anche la morale, a una visione estetica della vita: la raffinatezza e la bellezza, viste come doni preziosi concessi a pochi, agli aristocratici, all'elite di cui la famiglia Sperelli faceva parte), vanno raggiunte ad ogni costo.

Andrea viene quindi presentato come un superiore, come caratterizzato da un estetismo esagerato e dalla capacità di comprendere le belle cose, datagli dalla sua sensibilità, che le masse non possiedono; ma anche come caratterizzato dalle contraddizioni( cresce infatti secondo i principi del padre, ma sente che sta uccidendo una parte di se).

Andrea è quindi "tutto impregnato d'arte", ha "il gusto delle cose d'arte, il culto passionato della bellezza", ed è dotato di una particolare "forza sensitiva"( ossia di una sensibilità che lo rende particolarmente incline alla bellezza e ai piaceri).

D'annunzio ritiene inoltre che il protagonista abbia una predisposizione genetica perché anche il padre conosceva la bella vita e l'aveva introdotto ad essa attraverso insegnamenti e un motto: << bisogna fare la propria vita, come si fa un'opera d'arte>>. Attraverso questa educazione Andrea quindi sviluppa una sensibilità e una sensibilità superiore al normale che gli permette di essere protagonista della sua vita e di modellarla ( caratteristica tipica del superuomo).

Il personaggio di Andrea è però caratterizzato da un disagio interiore: man mano che cresce secondo i principi che il padre gli inculca, sente che sta uccidendo una parte delle sue facoltà, la parte morale di se. infatti a differenza del padre, uomo dalla capacita volontaria esemplare, Andrea possiede una potenza volitiva( volersi imporre) debole.

Il brano si chiude con il richiamo a un altro insegnamento paterno: il sofismo, ossia l'arte del ragionamento mirato alla frode e alla menzogna( diverso dal sofismi greco), principio secondo cui la parola è una cosa profonda nella quale, per l'uomo d'intelletto sono nascoste inesauribili ricchezze ( d'Annunzio sposa pienamente questa visione).


LA CONCLUSIONE DEL ROMANZO (testo p. 525)

la conclusione del romanzo è la descrizione del fallimento di Andrea e del suo progetto di fare la vita come un opera d'arte.

Essa inizia con la descrizione della strada che Andrea sta percorrendo per raggiungere la casa di Maria Ferres, dove vi si svolge l'asta pubblica: Andrea vede la strada con disgusto, da ciò si può notare il suo carattere elitario, di disprezzo del mondo comune. entrando nell'edificio prova un bisogno fisico di morire poiché riconosce la sua sconfitta, in quanto esteta, di fronte alla distruzione dell'arte e della bellezza da parte della massa ( da lui e dall'autore tanto disprezzata), che non può cogliere la bellezza e ne fa scempio.

Da ciò traspare l'idea dell'autore secondo il quale l'arte e, più in generale, la bellezza appartengono ai nobili; d'annunzio ritiene bisogni imporre l'ordine sociale, minacciato dal tumulto della plebe e delle masse, nei confronti delle quali prova una vera e propria avversione.

Nella stanza dove si tiene l'asta, la stanza del Buddha (richiamo a una religiosità laica, a una religiosità del bello) si affollavano i compratori, gente bassa, uomini impuri, una sorta di lanzichenecchi che devastano un luogo sacro; questa folla di basso livello disgusta Andrea che si sposta in una stanza circolare le cui mura rosse e d'oro richiamavano il lusso e "davano imagine d'un tempio e d'un sepolcro; davano imagine d'un rifugio triste e mistico fatto per pregare( religiosità del bello) e per morire( richiamo al sentimento di morte già provato da Andrea, alla sconfitta dell'esteta, quella stanza è la tomba del bello)". Il richiamo al culto della bellezza è pero viene interrotto dalla luce cruda che entra dalla strada come una violazione, dissacrando quel luogo ( un po' come i rigattieri, fanno parte dello stesso mondo).

Andrea ritorna poi nella stanza dell'asta dove prova ancora quel senso di nausea, compra il Buddha ed e costretto a nascondersi avendo udito attraverso suoni, che rimandano al lusso( fruscio dei vestiti), l'arrivo di un gruppo di aristocratici, tra cui il nuovo amante di Elena, che ridono inconsapevoli della tragedia che si sta svolgendo( morte dell'arte, della bellezza). Andrea invece si rende pienamente conto di ciò che sta accadendo e sente quasi un desiderio di morire insieme alla bellezza infatti prova in bocca una sensazione nauseabonda, gli pareva di essere infetto da mali oscuri e inguaribili.

Andrea quindi esce in strada, ha le vertigini ritrovandosi nell'atmosfera in cui si naviga al di fuori. verso sera però prova il desiderio di rivisitare quelle stanze ormai disabitate dalla bellezza e vi ritorna: dalle finestre entra lo splendore rossastro del tramonto, un ultimo omaggio che la bellezza sopravvissuta rende a quei luoghi ( morte vittoriosa della bellezza) ma dalle finestre entrano tutti i rumori del mondo di fuori e sul muro ormai è stata staccata la tappezzeria che lascia il suo posto a una volgare carta da parati affiori.

Da ciò e dallo sconforto provato dal protagonista mentre riflette su come sia facile la sparizione della bellezza e l'avvento della volgarità possiamo notare l'ideologia dell'autore, secondo la quale in assenza di bellezza non resta che la volgarità.

Il passo si conclude con Andrea che torna a casa, dove i facchini stavano portando su per le scale l'armadio acquistato a casa Ferres che Andrea, poiché non aveva spazio per passare, dovette seguire gradino per gradino quasi come un corteo funebre.

Mentre Andrea torna a casa viene brevemente descritta la Roma in cui vive, ossia la Roma barocca dei papi, sottolineando l'opulenza di quel secolo.


LAUDI (p. 510)

Dalla fine del 1899 fino al 1910/12 prese corpo e si sviluppò il progetto poetico delle "Laudi del cielo, della terra, del mare e degli eroi", che rimase però incompiuto. Il progetto si doveva articolare in sette libri che dovevano prendere nome dalle sette stelle della costellazione delle Bleladi, ma l'autore scrisse solo quattro libri completi( Maya, Elettra, Alcyone, Merope) e una parziale( Asterope).

Il tema principale è quello del viaggio e prende spunto da un viaggio dell'autore in Grecia.

MAYA

il poema si apre con la celebrazione del viaggio di Ulisse,superuomo viaggiatore per eccellenza; seguono la rinascita del dio Pan e tre viaggi allegorici( uno nella Grecia classica, uno nella Cappella Sistina e uno nel deserto). Il testo fa riferimento a città reali, dominate dalla massa che l'autore vede in maniera critica (D'Annunzio scrive per la massa ma contro la massa).

ELETTRA

Elettra, secondo libro delle Laudi, fu pubblicata nel 1903 ed è composta da 18 componimenti, in cui si cantano gli eroi nazionali, più una vasta sezione intitolata le "Città del silenzio"( 57 liriche), dedicata alla descrizione di alcune città grandiose .

ALCYONE

il terzo libro delle Laudi parla della pausa del superuomo; il superuomo in questa fase si identifica con la natura, ma per fare ciò ha bisogno del mito. Per il poeta natura e mito sono strettamente legati: in passato infatti il mito veniva usato per spiegare le cose naturali, la vita. Bisogna quindi recuperare il mito e il superuomo deve creare nuovi miti moderni. Alcyone è dedicato al rapporto con la natura e si materializza nella descrizione dell'estate, che è assimilabile al mito( ha un inizio, una dispiegazione e una fine).

MEROPE

Nel quarto libro si celebra la spedizione italiana in Libia con esaltazioni in alcuni punti molto foto, come per esempio il razzismo.

ASTEROPE

Asterope, l'ultimo libro, lasciato incompiuto dall'autore, parla dei canti della guerra latina.

D'ANNUNZIO (ITALIANO)

GABRIELE D’ANNUNZIO


Gabriele d’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863. Compiuti gli studi liceali a Prato, si trasferisce nel 1881 a Roma, dove diventa presto noto come giornalista letterario e cronista mondano. Dal 1891al 1893 vive a Napoli: in questo periodo è suggestionato da Nietzsche e Wagner. Poi si trasferisce a Settignano e nel 1910, a causa dei debiti contratti, va in esilio volontario in Francia dove rimane fino al 1915. Scoppiata la guerra, torna in Italia schierandosi tra gli interventisti e partecipando a molte imprese belliche. Terminata la guerra compie nel 1919-20 l’impresa di Fiume. Costretto nel 1921 ad abbandonare fiume, si ritira a Gardone Riviera, nella quale vive fino alla morte, avvenuta il primo marzo del 1938.

Oltre che scrittore, d’Annunzio fu anche un grande ideologo e politico, sostenitore dell’ideologia nazionalistica. Il nazionalismo d’annunziano ha alcuni punti in comune con quello di Pascoli, anche se assume un’inclinazione più individualistica e pomposamente eroica, con aperte concessioni al razzismo. Gli interventi dannunziani esprimono una retorica esibizionistica, fatta più per colpire che per indurre a riflettere, mirante a sedurre e non a convincere, una retorica che inaugura quella fascista, e soprattutto quella mussoliniana. L’ideologia di d’Annunzio è definibile come postpolitica: scavalca le differenze ideologiche, le inconciliabilità tra i gruppi e i partiti, perseguendo una logica che non risponde tanto a criteri oggettivi, ma piuttosto al bisogno oggettivo di ricavare il massimo utile dai meccanismi culturali della civiltà di massa.
Per un altro verso invece, la posizione dannunziana è prepolitica: vi è cioè una riduzione dell’io a puro istinto, a sensazione naturale. L’affermazione del soggetto coincide con la sua fusione panica nell’elemento naturale. L’identificazione con il superuomo avviene al di fuori del conflitti storici e anzi al di fuori e al di là della storia.
Il protagonismo esibizionistico nasconde una sostanziale passività nei confronti del presente, delle strutture sociali e culturali, dei meccanismi di potere. D’Annunzio disprezza le masse, la democrazia e le classi lavoratrici ed esalta la poesia, riproponendo un’idea di essa come pienezza di canto e come esperienza superiore e privilegiata.
L’arte è concepita da d’Annunzio come Bellezza: la Bellezza per lui è al di sopra di tutto, è una valore assoluto.
D’Annunzio concepisce la vita come opera d’arte e considera l’analogia, come la tecnica privilegiata della rappresentazione e come il criterio organizzativo della conoscenza: ogni cosa rimanda ad un’altra, anzi ogni cosa è un’altra. L’analogismo, la metafora, la sinestesia dono i modi per ristabilire il contatto tra uomo e natura, per scavalcare i limiti della civilizzazione senza fare però i conti con essi. L’arte è insomma anche un modo privilegiato per superare il divario tra civiltà e natura, tra cultura ed istinto.

Dopo un periodo di silenzio poetico, nel 1899 d’Annunzio torna a scrivere versi, per dare corpo al vasto progetto delle Laudi. Secondo il progetto dell’autore, le Laudi del cielo, della terra, del mare e degli eroi si sarebbero dovute articolare in sette parti, corrispondenti a sette libri diversi chiamati con il nome delle stelle più luminose delle Pleiadi: Maia, Elettra, Alcyone, Merope, Asterope, Taipete, Celeno. In realtà le ultime due tappe non verranno neppure tentate dal poeta, mentre la quinta è realizzata in modo soltanto parziale. Delle tre parti compiute, tre escono nel 1903 e una nel 1912. Il tema unificante del ciclo è quello de viaggio, avente come centro la Grecia del mito. L’ispirazione è ricavata dal viaggio-pellegrinaggio dell’autore nell’Ellade.
L’importanza delle Laudi nell’opera di d’Annunzio dipende, oltre che dal valore artistico soprattutto di Alcyone, dalla prodigiosa sperimentazione metrica in esse condotta.
Maia fu composta nel 1903; si tratta di un poema di 8.400 versi. Il poema si apre con la celebrazione dell’eroe greco dei poemi omerici, Ulisse, corrispettivo mitico del superuomo e con l’annuncio della resurrezione del dio pagano Pan. Nel corso del poema, vengono descritti tre viaggi: uno nella Grecia antica, luogo panico per eccellenza, uno nella michelangiolesca Cappella Sistina e uno nel deserto, dove il poeta ritrova se stesso,solo con gli elementi naturali. L’oscillazione tra i luoghi del mito classico e una natura astratta e favolosa non esclude la presenza di riferimenti al presente delle moderne società di massa, manifestazione antieroica per eccellenza, sulla quale il poeta-eroe deve sapersi innalzare; ancora una volta disprezzo aristocratico per la massa e adesione ai valori sociali ed economici della borghesia imprenditoriale si uniscono in d’Annunzio.
Elettra, secondo libro delle Laudi, raccoglie diciotto componimenti, più una vasta sezione dedicata alle Città del silenzio. Nella prima parte si succedono lunghi testi celebrativi, dedicati all’impresa dei Mille e a figure illustri di eroi. Le città del silenzio ripercorre il passato delle città italiane celebrandone la gloria e annunciando la futura rinascita delle virtù nazionali.
Il libro che costituisce la terza tappa delle Laudi, Alcyone, è considerato da molti il capolavori di d’Annunzio. Comprende 88 liriche scritte tra il 1899 e il 1903, ordinate secondo un criterio logico. Dopo la fase eroica e civile dei primi due libri, Alcyone vuole essere una tregua. Non si tratta però di una tregua dal superuomo, ma di una tregua del superuomo. L’atteggiamento volto al dominio e al possesso, tipico de superuomo, resta inalterato, ma viene ora trasferito dalla società alla natura ed è dunque tutto giocato sul tema del panismo.
Il libro, suddiviso in cinque sezioni scandite da quattro ditirambi è costruito secondo una struttura ben calibrata, ricca di simmetrie e di richiami interni. L’ordine compositivo vuole suggerire l’arco di una stagione estiva, dai presentimenti alla conclusione.
In Alcyone l’adesione panica alla natura diventa immedesimazione sensuale nel mondo vegetale e animale. L’io sparisce, il soggetto si dissolve nella natura, smarrendo la propria storicità per divenire mito o paesaggio o l’una e l’altra cosa insieme.

Alla vasta e importante produzione in versi corrisponde in d’Annunzio, una produzione non meno vasta in prosa, comprendente romanzi, racconti e prose d’arte, cioè impressioni frammentarie.
Il piacere è il primo romanzo di d’Annunzio. Con esso penetra per la prima volta in Italia la nuova cultura decadente. Protagonista assoluto del romanzo è Andrea Sperelli, alterego dell’autore ed eroe dell’estetismo. Per Andrea l’arte è il valore assoluto: la vita stessa viene concepita come arte e l’arte dunque diviene uno stile di vita. Per quanto riguarda la vicenda, Andrea fa di Roma ilteatro della propria affermazione sociale e della propria ricerca di raffinatezza. Andrea vive nel palazzo Zuccari e passa da un’avventura galante ad un’altra, immerso nella vita frivola della mondanità. La capacità di gestire questo copione con perfetto equilibrio e superiore distacco è però incrinata dal rimpianto per Elena Muti, un’amante la cui bellezza e la cui forte personalità hanno eccezionalmente turbato Andrea. Interrotta la relazione con lei per un’improvvisa fuga della donna da Roma, Andrea tenta invano di ristabilire i contatti in occasione del ritorno della donna sposata a un ricco e perverso marchese. Andrea diventato consapevole della propria aridità esistenziale,, cerca scampo nella consueta vita frenetica e dissoluta, finchè resta ferito in un duello provocato dalla reazione gelosa di un marito offeso dalla sua intraprendenza, Si apre quindi una parentesi di convalescenza nella villa di campagna. Qui il protagonista recupera una serenità interiore ma la pace è presto turbata dall’arrivo di un’amica della cugina, Maria Ferres, caratterizzata da una femminilità ben diversa da quella di Elena: delicata, sensibile, spirituale. Andrea stabilisce con Maria un’intimità affettuosa, che diviene vero e proprio rapporto d’amore, dopo il ritorno dei due a Roma. Qui l’attrazione per Elena, che ogni tanto continua a rivedere, si mescola all’orrore per la vita torbida di lei, e alla gelosia per una nuova relazione della donna. L’ambivalenza verso le due donne e verso le due situazioni lo spinge infine a pronunciare il nome di Elena mentre è abbracciato a Maria, così che la donna lo lascia. La conclusione del romanzo registra il fallimenti del protagonista e del suo progetto di esteta.
La struttura del romanzo risente della tradizione del Naturalismo, rispetto alla quale però l’autore opera significative trasformazioni. Viene lasciato molto più spazio alla libera manifestazione della soggettività di Andrea, cui si adattano anche i ritmi narrativi e l’intreccio. Al ritmo incalzante della parte conclusiva si contrappone quello dilatato della parentesi nella villa Schifanoja. Nel Piacere si mescolano e si intrecciano la tradizione naturalistica del romanzo d’ambiente e la nuova tendenza decadente della narrativa lirico-evocativa. Lontano dal Naturalismo è anche lo stile, che registra in presa diretta il punto di vista del protagonista o di altri personaggi. Domina dunque la paratassi.

L’altro romanzo importante di d’Annunzio, insieme al Piacere, è il Trionfo della morte. Il protagonista, fratello di Andrea Sperelli e nuovo alter ego dell’autore, vive spesso tra abulia e velleitari tentativi di autoaffermazione. Il romanzo è formato da ventiquattro capitoli divisi in sei parti. Giorgio Aurispa, discendente da antica famiglia abruzzese, è da due anni l’amante di Ippolita Sanzio. La vicenda si apre con il racconto di una passeggiata dei due al Pincio, a Roma, funestata dal suicidio di un passante che si getta nel vuoto. Il ritiro dei due amanti in un albergo è turbato dalla lettura delle innumerevoli lettere scritte da Giorgio a Ippolita in quei due anni: abbondano infatti le testimonianze di una folle gelosia e di una passionalità torbida e inquieta. Durante una breve separazione dei due amanti, Giorgio si reca nella nativa Guardiagrele, in Abruzzo, e qui riprende i contatti con la famiglia. Si apre uno spaccato di tenerezza verso la madre e le sorelle: il padre tradisce la moglie e sperpera le sostanze delle amanti; uno zio, di cui Giorgio è stato l’erede,si è ucciso. Questa figura ossessiona la psicologia sensibile di Giorgio. L’idea della morte lo perseguita, finchè decide di lasciare che la tara famigliare faccia il suo inesorabile corso, e si getta da una scogliera tenendo stretta tra le braccia la riluttante ma impotente Ippolita.
Anche in questo romanzo non manca l’influenza del modello naturalistico.

sabato 31 marzo 2012

LETTERATURA CRISTIANA E GIROLAMO (LATINO)

LETTERATURA CRISTIANA

Il cristianesimo si presenta come uno dei tanti culti orientali che entrano a far parte del mondo romano di questa età ma con delle sue peculiarità. Si rivolge innanzi tutto a quei componenti della società esclusi dalla religione ufficiale, ovvero le fasce più basse della popolazione che trovano nel cristianesimo una loro affermazione, si sentono parte di qualcosa. Inoltre questo culto dà risposte a esigenze quali un rapporto più diretto con la divinità e una valorizzazione delle classi più umili. Tra i cristiani si viene a creare una rete di contatti che va al di là della religione; si crea una società parallela a quella già esistente fondata sull’aiuto reciproco. Fu proprio questo motivo che le autorità iniziarono a guardare di cattivo occhio i cristiani. A ciò si aggiunse il fatto che i cristiani rifiutavano l’ossequia all’imperatore, ciò veniva visto come un rifiuto dell’autorità costituita e sentito come un tentativo di avversione all’ordine stabilito. Inizialmente il cristianesimo era costituito dalle classi più basse della società, le quali erano pressoché analfabete e quindi non disponevano di una letteratura o di testi scritti per tramandare i testi sacri. Man mano però il numero dei cristiani aumentò e con esso si ampliò anche il livello culturale dei cristiani, prendevano parte a questo culto anche classi più alte e moralmente preparate. Di conseguenza ci fu un esigenza di divulgare i fondamenti della nuova religione attraverso tesi nei quali erano racchiusi i temi principi della religione cristiana. I testi furono scritti con un’adesione pressoché totale allo stile degli autori pagani, infatti i testi avevano un stile molto vicino a quello ciceroniano. Fu proprio quest’età in cui autori cristiani iniziarono a leggere autori pagani come Virgilio o Seneca, alcune affermazioni di quest’ultimo furono lette in chiave cristiana. Si venne a creare una corrispondenza apocrifa tra San Paolo e Seneca proprio per fare vedere come ci fossero reali contatti tra i due mondi. I cristiani cercarono di ricavare dai pagani tutto ciò che poteva essere riutilizzato in chiave cristiana. Tutto ciò fu opera dei Padri della Chiesa che diedero i primi fondamenti culturali e ideologici della Chiesa. Inoltre furono presenti anche gli Apologeti che scrissero apologie, discorsi di difesa a favore del cristianesimo contro il paganesimo.

GIROLAMO

Visse tra il IV e il V secolo, nacque nella parte orientale dell’impero. A Girolamo si attribuisce la vita di Lucrezio e la sua morte a causa di un filtro d’amore, questo perché Girolamo in quanto cristiano condanna la visione che ha Lucrezio dell’amore. Girolamo si sposta a Roma, ma compie varie peregrinazioni che lo portano a contatto con i vari aspetti della religione cristiana (come l’ascetismo) ed fu proprio durante questi suoi spostamenti che si dedicò all’insegnamento e attraverso la religione cristiana fece molti proseliti. Girolamo trasmette un insegnamento molto controverso, infatti egli era molto vicino alle pratiche ascetiche ma la sua componente di divulgazione lo mise in contatto con molte persone tra cui molte donne. Egli nutrì un forte amore per le lettere latine ma anche per la purezza del cristianesimo e della sua parola. Girolamo è quindi significativo per quanto riguarda il passaggio dal paganesimo al cristianesimo. Egli tradusse anche la Bibbia (Vulgata) compiendo un vero e proprio lavoro da filologo, mise insieme le diverse versioni esistenti con l’intento di trovare un’unica versione autentica. Girolamo fu autore anche di un corpo di epistole con destinatari e contenuti vari che spaziavano dai dottrinali alla satira (con alle volte veri e propri insulti rivolti ai suoi oppositori) fino a epistole di carattere letterario.

· “CICERONIANUM EST NON CHRISTIANUM” pag 654

Racconta a una sua discepola un sogno da lui fatto in cui veniva rimproverato di essere un seguace di Cicerone e non di Cristo. Egli non adotta uno stile classico poiché sono già presenti nella lingua scritta pratiche tipiche dell’uso parlato che poi confluiranno nell’italiano come la dichiarativa introdotta da quod (vedo che...).

· TRADURRE LE SACRE SCRITTURE pag 658

giovedì 29 marzo 2012

LATINO- TARDO IMPERO, APULEIO, STORIOGRAFIA DEL II SECOLO

IL TARDO IMPERO

L’età del tardo impero fu un’età felice; gli imperatori furono Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio (fine II sec.). Essi furono elettivi; non presero quindi il potere per dinastia ma attraverso le elezioni. Fu un ampio periodo di pace e sviluppo interno; molte furono le innovazioni nell’attività agricola. Inoltre venne dato un forte impulso alla cultura: si formò un ceto di funzionari imperiali per poter controllare il sempre più ampio e difficile dominio di Roma (erano infatti molte le pressioni barbariche soprattutto a Nordest dell’impero). La scuola pubblica nacque con l’intento di formare quindi la classe dirigente ed ebbe l’importante funzione di conservare e trasmettere la cultura del passato. Vennero fatte numerose sintesi di opere passate per esempio l’”Ab Urbe condita” di Livio che era un volume in origine troppo grande. Di questa sintesi e di quella dell’opera di Svetonio se ne occupo Eutropio: le due sintesi abbracciavano infine tutta la storia di Roma nella sua completezza. Eutropio ha uno stile elementare, piano e lineare, racconta i fatti in ordine cronologico. Queste trascrizioni sintetiche diedero notevole fama ai loro autori ma furono la causa della perdita di buona parte dell’opera di Livio, poiché ne circolava solo il riassunto. Anche l’opera di Virgilio venne sintetizzata ed arricchita dai commenti ai testi che la rendevano agevole come libro di testo scolastico. La cultura di base negli autori era presente ma non era molto elevata a livello creativo, l’unico autore originale di questo periodo fu Apuleio. In questo periodo di sviluppò inoltre la seconda sofistica, un nuovo movimento filosofico letterario. Né facevano parte gli uomini con una cultura enciclopedica che si spostavano nei vari territori dell’impero per tenere conferenze e lezioni, trattando argomenti diversi secondo autori diversi: si parlava di tematiche filosofiche precedenti oppure dei valori del passato oppure di temi insignificanti che consentivano però ai sofisti di esprimere e mostrare le loro abilità letterarie (un esempio ne è “L’elogio del dentifricio”.

APULEIO

Egli visse dal 125 al 170-177 d.C.. Era algerino ed appartenente ad una famiglia ricca di ceto elevato. Ebbe una formazione giuridica che completò con gli studi filosofici. Andò ad Atene e a Roma per esercitare gli studi e partecipare a conferenze. A tripoli conobbe una ricca vedova che gli diede una buona sicurezza economica; i parenti di questa l’avevano accusato di averla sedotta con la magia ma egli si difese con una vera e propria apologia. Ci troviamo in un periodo strano: la religione ufficiale è ancora il paganesimo ma esso risente degli influssi delle religioni orientali e del cristianesimo; si va infatti alla ricerca di un rapporto personale con la divinità facendo commistione di superstizioni, magia e religione tradizionale o straniera. In quest’epoca si faceva riferimento a diverse forme di spiritualità e così anche la cultura di Apuleio prendeva spunto da molti influssi diversi (classici, algerini ecc..). L’opera che scrisse è “Metamorfosi” o “Asino d’oro”; la storia parla di un uomo trasformato in asino e del suo ritorno alla forma originaria umana. C’è una questione aperta a proposito dell’opera: secondo alcuni la fonte del libro è l’opera di un certo Lucio di Patre, un greco di cui però non abbiamo alcuna testimonianza, la sua opera è andata persa ma sembra che Luciano, autore greco del II sec. d.C., l’abbia citata nella riscrittura di un romanzo con il titolo “Asino” o “Lucio”. Sia Luciano che Lucio scrivono però opere popolari, ricche di vicende strabilianti e licenziose, con lo scopo di divertire i lettori. L’opera di Apuleio, al contrario è molto più complessa, anche se prende spunto dalle precedenti soprattutto per quanto riguarda gli aspetti erotici iniziali; nel corso del racconto però, cambierà totalmente registro (cerca all’inizio di illudere il lettore che sia un romanzo popolare, ma in realtà non lo è).

PROEMIO (pag. 503)

Apuleio è un magrebino formato alla cultura greca (nel nord africa si era diffusa la cultura ellenistica) e imparò il latino a Roma. Gli argomenti erano spesso a carattere licenzioso, ripresi dalla Fabula Milesia, e si cercava un rapporto diretto con il lettore. Apuleio dichiara che la fonte del racconto è greca e lo scopo sarà il divertire. Il tema conduttore dell’opera è quello della “curiositas”: il protagonista è trasformato in asino perché aveva partecipato con curiosità ad un rituale, in occasione del quale si sarebbe trasformato in uccello. Mosso dalla curiosità partecipa al rito magico ma la serva, aiutante della maga, sbaglia la pozione per Lucio che si trasforma in asino. La causa della metamorfosi è l’eccessiva curiosità di scoprire questi culti magici e solo le successive peripezie narrate lo riporteranno alla sua condizione originaria. Infine, solo mangiando le rose sacre a Iside egli potrà riacquistare le sue originarie sembianze umane. Il protagonista nel corso della storia va quindi alla ricerca della salvezza. Iside è simbolo di una religione positiva e il messaggio che l’autore vuole passare è questo: è giusto essere curiosi ma solo verso quello permette una vera prospettiva per il futuro; infatti Lucio piano piano va alla ricerca di ciò. Il brano va quindi letto in chiave realistica ma anche in chiave allegorica (elemento che manca nel racconto di Luciano). Le vicende, così come lo stile sono fantasmagorici e originali (ricordano quelli di Petronio) Il linguaggio è vario: sia dialogato che aulico. Si tende poi ad avvicinare Apuleio più a Petronio che a Luciano (da quest’ultimo infatti riprende solo il tema edonistico).

LA TRAMA (pag. 507)

LUCIO TRASFORMATO IN ASINO (pag. 511) + PALESTRA SBAGLIA UNGUENTO- Luciano

AMORE E PSICHE: LA RIVELAZIONE NOTTURNA (pag. 514)

AMORE E PSICHE: LA FUGA D’AMORE (pag. 521)

Ma Psiche, afferrata subito con entrambe le mani la gamba destra di lui che si stava alzando in volo, misera appendice del suo volo verso l’alto e ultima inseguitrice del pendente corteo attraverso le distese di nuvole, infine cade stanca a terra. Il dio innamorato, non abbandonando lei che giaceva a terra volò sul più vicino cipresso e, dalla sua alta cima le disse, turbato profondamente: “Io certamente, o troppo ingenua Psiche, immemore degli insegnamenti di mia madre Venere, che aveva ordinato che tu fossi unita in matrimonio ignobile incatenata dall’amore di un uomo misero e ultimo, io invece sono venuto a te in volo piuttosto come amante. Ma ho fatto ciò con leggerezza, lo so, ed io, il famosissimo arciere, mi ferii da me con la mia freccia (si è innamorato!!!!!)e ti ho reso mia sposa affinchè evidentemente ti sembrassi una bestia e affinchè tu colpissi con l’arma la mia testa, che porta questi occhi che amano. Io ripetutamente ti esortavo a fare attenzione a queste cose e te lo ribadivo in modo benevolo (le proposizioni finali sono ironiche!). Ma quelle tue egregie consigliere (le sue sorelle!!) pagheranno subito a me la pena per l’insegnamento così pericoloso (consiglio dato a Psiche dalle sorelle ovvero guardare Eros!!!), e invece io punirò te soltanto (questo termine è ironico! La punizione è infatti gravissima sia per lui che per la ragazza!) con la mia fuga”. Ed alla fine del discorso si levò in alto con le ali.

L’ULTIMA PAROLA DI PSICHE (pag. 531)

L’EPIFANIA DELLA DEA ISIDE (pag. 523)

Iside è la fusione di diverse divinità, anche greche ( per esempio la Luna è la manifestazione della dea Artemide) e a seconda dei popoli ha manifestazioni diverse. Ella ha un contatto diretto con l’uomo e per questo è ripresa nel cristianesimo nel culto della Madonna. Vi sono nel brano dei rimandi all’Egitto ed il testo è suddivisibile in due parti: la prima dove è descritta l’epifania cioè l’arrivo della dea, la seconda in cui è riportato il discorso della dea stessa. Alla fine della vicenda si parla di una “nuova curiosità” che farà il bene di Lucio. La sua metamorfosi l’aveva inoltre già subita Osiride (fratello e sposo di Iside). La dea inoltre raccomanda una condotta positiva sulla terra, in vista di una vita nell’aldilà e di una felicità ultraterrena (ripresa poi dal cristianesimo).

LA STORIOGRAFIA NEL II SECOLO

HISTORIA AUGUSTA (pag. 574)

Siamo alla fine del II secolo perché ci da informazioni sulla storia del secolo appena trascorso sotto la dinastia dei Severi. L’opera è la fusione degli scritti di ben sei autori minori diversi. Le interpretazioni sono due: o l’opera è l’insieme dei manufatti di questi sei autori, oppure essa è stata scritta da un solo autore barbaro che voleva nascondere la propria identità dietro ad essi. Il filone dell’opera è sullo stile di Svetonio e, grazie a fonti false, si parla della vita privata degli imperatori. Si dice che l’opera sia infatti composta da pettegolezzi e frottole, opere di fantasia non attendibili. Come lo scritto di Svetonio è suddivisa in rubriche. Le vite degli imperatori sono spezzettate attraverso le rubriche per argomenti e mancano di attendibilità, soffermandosi il racconto su inutili aneddoti. L’intento dell’opera infatti non è quello educativo ma di divertimento per un pubblico di ceto borghese. Lo leggiamo non come opera letteraria ma come opera documentaria per la dinastia dei Severi, essendo l’ultimo esempio di storiografia romana; infatti alla prosa di questo genere subentrerà presto la letteratura cristiana; la poesia romana, al contrario sopravviverà ancora.

ELIOGABALO, IL MOSTRO (pag. 584)

ALESSANDRO SEVERO, L’OPTIMUS PRINCEPS (pag. 587)