Scheler,partendo dalle Ricerche Logiche di Husserl,riprendendo la riduzione fenomenologica,sviluppa la sua teoria,interrogandosi prevalentemente sull'ambito etico e religioso.
Egli rifiuta la riduzione trascendentale husserliana,poichè la considera un ritorno all'idealismo,simile alla posizione di Kant(Husserl chiarirà in seguito la propria posizione,parlando anche di intersoggettività,in sintonia con Scheler).
Scheler ritiene che l'intenzionalità sia non solo teoretica,ma anche emotiva e che l'io penso di Husserl vada sostituito dalla persona.
CONFRONTO CON KANT:
Kant considera la legge un "a priori" e costituisce dunque un'etica formale con l'a priori formale della legge morale.
Secondo Scheler bisogna invece parlare di sentimento,di disposizioni emotive dalle quali siamo spinti.
Noi rapportiamo sempre l'azione a piacevole-spiacevole (sensibilità)o nobile-volgare(vitalità),vero-falso,giusto-ingiusto,buono-cattivo(morale):questi sono a priori materiali.
In base ad essi noi ci rapportiamo all'esperienza e le morali si distinguono solamente per le gerarchie che stabiliscono.
La morale kantiana non è in grado di stabilire concretamente le scelte morali,poichè è formale!
CONFRONTO CON NIETZSCHE:
La posizione di Nietzsche pone sul primo piano il nobile-volgare,ovvero i valori vitali,mentre tutti gli altri valori risultano subordinati alla volontà di potenza,posizione non condivisa da Scheler.
Tuttava Scheler riprende da Nietzsche il problema del "risentimento".
IL RISENTIMENTO:
Si individuano,nella società moderna,morali risentite,quali la borghesia e il liberalismo
Secondo tali morali,vi è un odio verso la persona che ci umilia,che ci porta a stravolgere i valori,considerando disvalori ciò di cui l'altro è portatore.
Scheletr fa tuttavia un'analisi più dettagliata di quella di Nietzsche,classificando in modo più preciso le morali da considerare "risentite",tra le quali esclude quella cristiana,ritenendo che essa non disconosca i valori vitali(il templare ha tutte le caratteristiche vitali).
il luogo di ritrovo virtuale tra gli studenti della terza A liceo classico,creato per tentare,grazie ad un costante aiuto reciproco,di sopravvivere al nostro ultimo anno in questa sQuola ostile
martedì 15 maggio 2012
TEOCRITO (GRECO)
TEOCRITO
La poesia di Teocrito: Le pochissime notizie
tramandate dalle fonti antiche su Teocrito, quasi tutte ricavate dalle sue
stesse opere, non ci forniscono alcun dato specifico sulla posizione da lui
assunta nella polemica fra innovatori e tradizionalisti, anche se sembra
opportuno collocarlo nella schiera di coloro che aderirono alla "nuova
poesia" teorizzata da Callimaco. Teocrito è da considerarsi il creatore di
un nuovo tipo di componimento, l'idillio, destinato ad avere fortuna nella
successiva letteratura europea (basti pensare alle Bucoliche di Virgilio). Il termine "idillio" (dal greco eidullion, "piccola immagine")
venne usato per designare un tipo di poesia caratterizzato soprattutto dalla
trasognata descrizione di un sereno paesaggio campestre, un
"quadretto" di vita pastorale o contadina.
Gli Idilli
bucolici: Caratteristica ricorrente (anche se non costante) di questi
idilli è la loro struttura dialogica, che assume spesso funzione agonale:
pastori e mandriani gareggiano fra loro contrapponendo l'uno all'altro i propri
canti bucolici, che hanno spesso una struttura amebea (dal verbo greco ameibesqai, "rispondere"), cioè a
botta e risposta.
Le Talisie: L'Idillio VII è ambientato a Cos durante
le feste rurali celebrate in onore di Demetra che danno il titolo al
componimento. Ne sono protagonisti il pastore Sichimida (generalmente
identificano con lo stesso Teocrito) ed il capraio Licida, i quali si
incontrano lungo una strada di campagna per raggiungere il luogo dove si
celebra la festa. Il giovane pastore vorrebbe gareggiare nel canto con il più anziano
ed esperto capraio, ma riconosce al contempo la sua inferiorità rispetto a
poeti famosi come Fileta e Asclepiade. A questo punto Licida fa una vera e propria
enunciazione di poetica che riprende canoni tipicamente callimachei, in quanto
vengono criticati gli imitatori dell'epos omerico. Seguono i canti dei due:
quello di Licida assume la forma di un propemptikòn
(ossia un carme scritto per augurare un felice viaggio a qualcuno) per l'amato
Ageanatte, in procinto di partire per Mitilene, mentre Simichida canta gli
infelici amori suoi e dell'amico Arato. Al termine dei due canti Licida dona a
Sichimida il suo bastone, donatogli dalle Muse, e prosegue da solo il cammino.
L'idillio si chiude con la descrizione della festa, che ha come sfondo la campagna
nel pieno rigoglio dei frutti (rappresenta cioè un perfetto esempio di locus amoenus). Dunque questo idillio si
distingue dagli altri componimenti bucolici per la presenza di una precisa
ambientazione geografica (l'isola di Cos) e di significativi riferimenti ad una
concezione artistica simile a quella di Callimaco (caratterizzata cioè dalla
polemica nei confronti degli imitatori del poema epico arcaico). Teocrito tende
inoltre a sfoggiare la sua erudizione geografica (atteggiamento tipico della
poesia alessandrina).
Il Ciclope: L'Idillio XI è una scherzosa allocuzione
rivolta all'amico Nicia che offre a Teocrito lo spunto per dare direttamente
voce al ciclope Polifemo, il quale è innamorato della ninfa Galatea. Il Ciclope
rivolge alla Ninfa una lunga e struggente dichiarazione d'amore, caratterizzata
soprattutto dal contrasto fra il suo aspetto goffo e ripugnante ed i delicati
sentimenti amorosi che è in grado di esprimere, oltre che dalla presenza di
aspetti della passione erotica simili a quelli descritti da Saffo, come la
testa ed i piedi che pulsano.
Ila: Come nel Ciclope,
anche qui lo spunto è offerto da una breve gnwmh
indirizzata all'amico Nicia, il quale, al pari dello stesso poeta, è un
raffinato estimatore del bello: in tal modo l'episodio mitico diviene
significativo paradigma degli effetti che tale passione può produrre anche sul
più forte tra tutto gli eroi. La principale differenza tra Teocrito e Apollonio
Rodio sta nel fatto che il primo colloca il rapimento entro la cornice di una
natura lussureggiante, in cui i vari nomi delle piante che crescono presso la
fonte assumono suggestioni foniche e cromatiche insieme, mentre il secondo non
si sofferma troppo sui particolari (oltre al fatto che in Apollonio Rodio la
Ninfa è solo una, mentre Teocrito parla di tre Ninfe).
I mimi urbani: Se l'ambientazione degli Idilli bucolici è prettamente agreste,
il mondo cittadino è invece lo sfondo su cui si muovono i personaggi dei
cosiddetti "mimi urbani".
L'incantatrice: La
protagonista è l'etera Simeta, che insieme all'ancella Testili, personaggio
muto, compie un rito magico tendente a riconquistare l'amore di Delfi, l'uomo
che l'ha prima sedotta e poi abbandonata. Alla cerimonia vera e propria,
descritta in tutti i particolari e scandita da un verso-ritornello in funzione
di formula incantatoria ("Ruota, trascina tu quell'uomo alla mia
casa!"), segue il racconto che la donna fa della sua infelice storia, i
cui diversi momenti (il primo incontro, lo scoppio della passione, l'inizio del
rapporto amoroso ed il tradimento da parte dell'uomo) sono anch'essi
sottolineati dal ricorrere di un verso intercalare contenente un'invocazione a
Selene ("Pensa da dove nacque, dea Selene, il mio amore").
Le Siracusane: Due donne
siracusane di ceto medio - basso che vivono ad Alessandria, Gorgò e Prassinoa,
si rivedono dopo un lungo tempo e decidono di recarsi insieme alla festa di
Adone, i cui misteri vengono celebrati dentro la reggia tolemaica: là esse
ascolteranno appunto l'inno liturgico eseguito da una valentissima cantatrice,
per fare poi ritorno alle proprie case. I caratteri delle due protagoniste sono
delineati, attraverso i loro stessi discorsi, in maniera assolutamente
magistrale, così come è rappresentato molto bene la variegata e multietnica
fauna umana che popolava le strade e le piazze della vasta metropoli
alessandrina: un passante maldestro, un'enigmatica vecchia che parla come un
oracolo, uno straniero cortese, un altro cui dà fastidio il marcato accento
dorico delle due Siracusane, fino alla cantante. E' inoltre ravvisabile un
motivo encomiastico, presente nella descrizione dello sfarzo della corte
tolemaica e nell'elogio a Tolomeo, e non mancano, nelle parole della cantante,
riferimenti al mito.
HEIDEGGER (FILOSOFIA)
VITA E OPERE (pag.345):
Ha una formazione,all’inizio,prevalentemente di scolastica
classica,poi studierà teologia e filosofia.
Legge Brentano ed in seguito viene a contatto con
Husserl,divenendo il suo assistente.
Nel ’27 scrive “Essere e tempo” e nel ’33 Heidegger diventa
rettore dell’università di Friburgo,sostenuto dai nazisti,e nel ’34 si
dimetterà,in seguito a contrasti con gli stessi.
INFLUENZE SUL SUO
PENSIERO:
Vi è sicuramente,in Heidegger,un certo interesse
religioso;egli infatti legge Kierkegaard e si considera cristiano
luterano.Inoltre l’idea di rapportarsi alla realtà non come qualcosa di già
dato e finito,ma come qualcosa che è orientato verso il futuro può considerarsi
tipico anche della prima comunità cristiana,che,parlando del ritorno di
Cristo,tendeva a vedere la storia come un processo che introduce degli elementi
che portano verso il futuro,delle novità(come Gesù).Vi è dunque un’attesa,una
speranza per l’avvenire,come per Kierkegaard.
Secondo questa prospettiva,risultano dunque ridimensionate
le capacità scientifiche,oggettivanti dell’uomo(vs Positivismo) ed emerge una
soggettività collocata precisamente nella storia e orientata verso il
possibile.
Un autore che influenza sicuramente il pensiero di Heidegger
è Dilthey.
Questi vede la filosofia come il modo in cui la vita
interpreta se stessa ed ha una visione storicista:la realtà umana è vita che si
sviluppa storicamente.
Dunque,secondo tale filosofo,attraverso la filosofia,l’uomo
si autoconosce(simile a spirito oggettivo di Hegel),poiché si pone domande
sulla realtà,ma sempre dal suo punto di vista storico in quanto nella storia
troviamo l’essenza dell’uomo.
Per Husserl
invece solo la dimensione fenomenologica è stabile e rigorosa ed è indipendente
dalla storia.Heidegger vuole perciò concigliare le due posizioni di Dilthey e
Husserl.
Heidegger è poi fortemente influenzato da Scheler,soprattutto per quanto riguarda
la centralità della persona e non dell’io e per l’intenzionalità emotiva.
ESSERE E TEMPO (da pag.348 a 354):
L’opera principale di
Heiddeger è ESSERE E TEMPO. Quest’opera è un progetto incompiuto: la prima
parte non è stata infatti dal filosofo terminata e la seconda parte non è
neppure mai uscita.
Possiamo guardare alla filosofia di Heid. Attraverso tre punti:
Possiamo guardare alla filosofia di Heid. Attraverso tre punti:
1) PROBLEMA DA ESAMINARE:
Heid. si interroga sull’essere, sul senso dell’essere; egli affronta il
problema ontologico.
2)METODO: quello di Heidegger
è un metodo fenomenologico ma diverso da quello di Husserl. Heidegger infatti,
partendo da ciò che appare a prima vista o per lo piu, vuole giungere a tutto
ciò che è sotteso o implicito a ciò che è presente.
3)DOMANDA: Heidegger si vuole
interrogare dunque sull’ESSERE in quanto tale, sull’ENTE, ciò che appare, ciò
che viene osservato e da cui si parte per arrivare all’essere e su quell’ente “sui
generis” in cui l’essere si manifesta; quell’ente in cui appunto si pone il
problema dell’essere: l’uomo, L’ESSERCI (DASEIN) .
Il filosofo è poi interessato
ad analizzare i modi di essere tipici del DASEIN. Innanzitutto occorre guardare
al dasein come a un “progetto gettato”. “Progetto” va considerato nel senso
etimologico del termine, ovvero nel senso di “proiettare”, rapportarsi alle
possibilità del futuro. “Gettato” significa invece che il Dasein è comunque inserito
in una prospettiva storica precisa. Egli è legato a una precisa condizione
storica in cui si trova ad esistere. Il dasein si caratterizza per due modi di
essere:
1) L’ESSERE-NEL-MONDO : il dasein è sempre in relazione ad altro; il dasein infatti non avrebbe senso se non fosse in relazione ad altri oggetti. Questi ultimi possono essere considerati dal dasein come UTILIZZABILI (il dasein si approccia a loro in base alla loro considerandoli dal punto di vista della loro utilizzabilità pratica), oppure, qualora si prescinda dall’utilizzabilità pratica dell’oggetto con cui si è in relazione, questo è considerato solo come PRESENTE. L’essere presente però, secondo, Heidegger, non mostra la vera natura dell’essere; l’atteggiamento teoretico che consiste appunto nel guardare agli oggetti come presenti è secondario e non prioritario. Questo perché, come si vedrà in seguito, l’aspetto della temporalità è essenziale per Heidegger, anzi, la temporalità è il senso dell’esserci: concentrarsi quindi sull’essere presente significa non valorizzare questo fondamentale aspetto della temporalità.
2) L’ESSERE CON GLI ALTRI : il dasein è intersoggettivo: egli è sempre caratterizzato dal rapporto con altri soggetti.
1) L’ESSERE-NEL-MONDO : il dasein è sempre in relazione ad altro; il dasein infatti non avrebbe senso se non fosse in relazione ad altri oggetti. Questi ultimi possono essere considerati dal dasein come UTILIZZABILI (il dasein si approccia a loro in base alla loro considerandoli dal punto di vista della loro utilizzabilità pratica), oppure, qualora si prescinda dall’utilizzabilità pratica dell’oggetto con cui si è in relazione, questo è considerato solo come PRESENTE. L’essere presente però, secondo, Heidegger, non mostra la vera natura dell’essere; l’atteggiamento teoretico che consiste appunto nel guardare agli oggetti come presenti è secondario e non prioritario. Questo perché, come si vedrà in seguito, l’aspetto della temporalità è essenziale per Heidegger, anzi, la temporalità è il senso dell’esserci: concentrarsi quindi sull’essere presente significa non valorizzare questo fondamentale aspetto della temporalità.
2) L’ESSERE CON GLI ALTRI : il dasein è intersoggettivo: egli è sempre caratterizzato dal rapporto con altri soggetti.
Sia nel caso 1), sia nel caso
2), Heidegger parla del concetto di CURA. Questo è un esistenziale, un modo di
essere tipico del dasein. L’esserci è sempre portato a prendersi cura pratica,
a occuparsi di sé e delle cose con cui si relaziona (Anche Socrate insisteva
sul prendersi cura della propria anima).
Il concetto di cura assume caratteristiche diverse a seconda che si stia parlando di ESISTENZA AUTENTICA O ESISTENZA INAUTENTICA.
Nell’esistenza inautentica, ovvero quel tipo di esistenza in cui il dasein si determina non in base alle possibilità che gli sono proprie ma in base al “si”, alla moda, all’opinione comune, la cura diventa preoccupazione. Infatti, in questo tipo di esistenza, l’uomo è portato sempre a confrontarsi con gli altri e tale confronto comporta sempre preoccupazione. Nell’esistenza inautentica non si è se stessi in quanto ci si definisce in base al confronto con gli altri (sono meglio/peggio ecc…) : si cerca negli altri una misura. In questo tipo di esistenza gli altri soggetti non sono riconosciuti nella loro specificità: gli altri sono il SI (il si dice, il si fa..), un si che detta dall’alto le regole che i più seguono.
Solo nell’esistenza autentica invece il dasein è se stesso: nell’esistenza autentica ciascuno agisce in base alle possibilità che gli sono proprie, prendendosi la responsabilità delle scelte perseguite. Nell’esistenza autentica c’è la piena assunzione di quello che ciascuno è. Ecco dunque che, quelle che nell’esistenza in autentica sono CHIACCHIERA (si ha un’opinione perché così “si dice”), CURIOSITA’( interessa sapere per aver saputo:io leggo un libro perche tutti lo hanno letto) ed EQUIVOCO (non si sa neppure quello di cui si sta parlando), diventano nell’esistenza autentica COMPRENSIONE, INTERPRETAZIONE E DISCORSO. L’interpretazione è caratterizzata da circolarità: in rapporto a quello che si è, ciascuno proietta le proprie possibilità, ritrovando poi noi stessi nell’oggetto. Affinchè l’interpretazione sia rigorosa bisogna quindi essere consapevoli della circolarità che lega le nostre possibilità alla realtà con cui ci rapportiamo.
Il concetto di cura assume caratteristiche diverse a seconda che si stia parlando di ESISTENZA AUTENTICA O ESISTENZA INAUTENTICA.
Nell’esistenza inautentica, ovvero quel tipo di esistenza in cui il dasein si determina non in base alle possibilità che gli sono proprie ma in base al “si”, alla moda, all’opinione comune, la cura diventa preoccupazione. Infatti, in questo tipo di esistenza, l’uomo è portato sempre a confrontarsi con gli altri e tale confronto comporta sempre preoccupazione. Nell’esistenza inautentica non si è se stessi in quanto ci si definisce in base al confronto con gli altri (sono meglio/peggio ecc…) : si cerca negli altri una misura. In questo tipo di esistenza gli altri soggetti non sono riconosciuti nella loro specificità: gli altri sono il SI (il si dice, il si fa..), un si che detta dall’alto le regole che i più seguono.
Solo nell’esistenza autentica invece il dasein è se stesso: nell’esistenza autentica ciascuno agisce in base alle possibilità che gli sono proprie, prendendosi la responsabilità delle scelte perseguite. Nell’esistenza autentica c’è la piena assunzione di quello che ciascuno è. Ecco dunque che, quelle che nell’esistenza in autentica sono CHIACCHIERA (si ha un’opinione perché così “si dice”), CURIOSITA’( interessa sapere per aver saputo:io leggo un libro perche tutti lo hanno letto) ed EQUIVOCO (non si sa neppure quello di cui si sta parlando), diventano nell’esistenza autentica COMPRENSIONE, INTERPRETAZIONE E DISCORSO. L’interpretazione è caratterizzata da circolarità: in rapporto a quello che si è, ciascuno proietta le proprie possibilità, ritrovando poi noi stessi nell’oggetto. Affinchè l’interpretazione sia rigorosa bisogna quindi essere consapevoli della circolarità che lega le nostre possibilità alla realtà con cui ci rapportiamo.
Relativamente all’esistenza
autentica Heidegger introduce un nuovo esistenziale: L’ANGOSCIA. Come già per
Kirkegaard, anche per Heiddeger l’angoscia è un sentimento che l’uomo prova di
fronte alle molteplici possibilità che si trova davanti, in particolar modo la
possibilità della morte. L’ESSERE PER LA MORTE è anch’esso un esistenziale
(modo di essere proprio dell’uomo). La morte risulta essere l’estrema
possibilità costitutiva dell’esistenza dell’uomo. E’ il progetto ultimo che
rende l’esistenza finita. E’ la possibilità ultima che rende tutte le altre
possibilità finite e relative: ecco perché, come anche Kirkegaard diceva,
Heidegger ritiene che la morta consenta all’uomo di liberarsi; una libertà che
deriva dalla consapevolezza, di fronte alla morte, del fatto che tutte le altre
possibilità sono aggirabili.
A questo punto è necessario
introdurre in concetto di TEMPORALITA’ o STORICITA’, che è il senso
dell’esserci. Abbiamo già evidenziato il fatto che guardare agli oggetti come
essere presenti, ovvero dal punto di vista della riflessione teoretica, non sia
l’obiettivo del filosofo. L’esserci infatti è caratterizzato non da staticità
ma da possibilità. Dunque il dasein, nel presente, progetta in base al passato,
proiettandosi nel futuro. Il dasein non è un semplice esserci di fatto ma
integrazione tra passato, presente e futuro. E’ proprio nella DECISIONE che
queste tre “dimensioni temporali” si unificano. La decisione ha a che fare con
il presente: il soggetto infatti decide nel presente; nella decisione inoltre
il dasein “accetta” il proprio passato, la propria tradizione; non solo la
accetta ma la rinnova. Infine, è proprio con la decisione che il dasein si
proietta nel futuro.
“L’ESPERIENZA INAUTENTICA E IL MONDO DEL SI” (brano a
pag.370):
Secondo Heidegger,i più
vivono un’esistenza in autentica,secondo la dimensione della chiacchiera,della
curiosità e dell’equivoco.
Tale forma di esistenza è
ovviamente condizionata dalla società(dal “si dice,si pensa”) ed è quindi
necessario vivere invece secondo le proprie possibilità,stabilendo con l’altro
un altro tipo di rapporto,che si basi sull’intenzionalità,ma non sulla
condizionatezza.
Ciò che ci è proprio è
comunque legato alle tradizioni e al contesto sociale in cui ci si trova e
l’”essere con gli altri” comporta sempre un confronto,una specie di
competizione che ci lega(“essere assieme”).
La cura è qui dunque anche preoccupazione per il confronto con gli
altri.
Colui che vive in modo in
autentico cerca nell’altro una misura e agisce in modo inconsapevole.
Secondo Heidegger,che vuole
mettere in evidenza i limiti dell’opinione pubblica(liberalismo),questo tipo di
atteggiamento è quello che prevale nella repubblica di Weimar,che in quel
periodo non era ben vista e prevalevano le chiacchiere dei partiti.
Il “si” porta ad essere
attivamente impegnati nel perseguire la medietà,per rimanere nella sicurezza e
nella tranquillità,attenendosi ad opinioni comuni e a regole imposte
dall’esterno.
L’autentica
interpretazione,che si raggiunge con la decisione,tiene
invece conto delle proprietà soggettive,che possono anche andare in contrasto
con i “si”(Cfr Nietzsche:assunzione piena delle responsabilità dei propri
valori).
“L’ESISTENZA AUTENTICA E LA MORTE” (brano a pag.372):
La morte è vista
essenzialmente non come un fatto,ma come possibilità(= Kierkegaard);essa è
l’estrema possibilità che pone fine a tutte le altre ed è una caratteristica
strutturale di ogni singolo esserci.
Essa è la possibilità più
propria e incondizionata e,con il confronto con questa,noi ci liberiamo dal
condizionamento delle cose esterne,che appaiono come aggirabili.
Noi,fin dall’origine,siamo
nella condizione della moralità ed il sentimento dell’angoscia permette di
rapportarsi con le proprie possibilità più proprie e di superare se stessi.
L’atteggiamento in autentico di
fronte alla morte consiste invece nel chiudere gli occhi,nel considerare la
morte come un fatto(“quando c’è la morte non ci siamo noi”),ma i fatti possono
essere sottomessi,mentre in questo caso occorre accettare di essere limitati.
DISCORSO DI HEIDEGGER:
In qualità di rettore
dell’università di Friburgo,Heidegger tiene un discorso in cui afferma che la
ricerca scientifica universitaria vada integrata nella struttura politica,al
fine di accrescere la potenza della Germania.
Egli fa riferimento alla
filosofia greca:vi era infatti,nel mondo greco,un forte rapporto tra il popolo
e le scienze e,in quel periodo,la scienza filosofica comprendeva la realtà per
quello che è.
La filosofia è dunque,secondo
Heidegger,l’origine delle scienze,ogni scienza è filosofia e ogni scienza deve
essere guidata dalla filosofia.
La scienza,come ritenevano i
greci,non deve essere considerata un bene culturale,ma il cuore interno di un
popolo,la potenza che ne domina l’intero esserci.
Il filosofo sostiene che la
sua epoca sia di fronte ad un mutamento grandioso,poiché la condizione della
scienza,in quel momento,si fonda sulla morte di Dio e quindi sull’assenza di
valori universali.
In questa situazione,l’unico
riferimento incondizionato è la morte e lo spirito del popolo deve essere decisione verso l’essenza
dell’essere,mosso dalla potenza della cultura concreta della sua storia.Questa
decisione è decisione di assumersi il passato ed il destino del popolo a cui si
appartiene!
La vera libertà,per il popolo
tedesco,sarà quella che si impegna in determinati obblighi:il servizio del
lavoro,il servizio alle armi e il servizio
del sapere.
La missione specifica dei
tedeschi è il sapere,ma ognuno deve servire secondo gerarchie(ripresa di
Platone).
Questo servizio si può
compiere solo se studenti e professori marceranno uniti,in modo ordinato,verso
la missione.
Alla fine del
discorso,Heidegger mostra una visione tetra di quel periodo(periodo della crisi
del ’29),considerando una totale caduta dell’occidente.
PROBLEMA DELLA VERITA’:
Questa “fase” del pensiero di Heidegger è
conosciuto come “la svolta” nel senso che il filosofo non si concentra più
sull’esserci per arrivare all’essere; egli si concentra invece sull’essere
stesso, sul senso dell’essere. L’obiettivo è ora quello di arrivare all’esserci
ma partendo dall’essere e non viceversa come aveva fatto in essere e tempo.
Si potrebbe sottolineare una differenza tra
Husserl e Heidegger per quanto riguarda l’EPOCHE. Heid. infatti applica
L’EPOCHE’ all’essere stesso e parla dunque di EPOCHE STORICHE. Queste non sono
altro che forme di “invio/espressione” dell’essere che però, non appena si dà,
si ritrae. L’epoca dominante che inizia nel mondo greco è l’epoca della
metafisica; questa è una forma di invio dell’essere in cui il senso dell’essere
viene ridotto ad ente, a qualcosa di semplicemente presente, dominabile e
calcolabile. L’epoca della metafisica, la cui essenza viene spiegata attraverso
la riflessione sulla verità, inizia con Platone , continua con Cartesio e Kant
e viene esasperata con Nietzsche, che chiude quella che si potrebbe definire
“parabola della metafisica”.
E’ stato infatti proprio Platone a dar vita a
quello che Heidegger chiama “umanismo”, ovvero la tendenza ad assolutizzare
l’uomo, a guardare all’uomo come fine ultimo, senso di tutto. Platone infatti
guardava alla verità come correttezza , correttezza del pensiero che si adegua
all’idea. Platone ha perso il significato della verità di Eraclito: egli vedeva
la verità come αλεθεια ovvero come disvelamento della realtà. Questo modo di
considerare la verità implica però il rinvio anche a una dimensione nascosta,
originaria, che non viene mai totalmente disvelata. Platone trascura invece
questa dimensione del nascosto,soffermandosi solamente su ciò che manifesto e
svelato. Platone diventa poi l’orizzonte onnicomprensivo della tradizione del
pensiero occidentale; anche Cartesio collega la verità direttamente all’uomo: è
il soggetto, secondo Cartesio, a essere il fondamento della conoscenza, della
verità. E’ proprio Cartesio infatti che cominciò a riferire il “subiectum”
all’attività umana.
Nietzsche invece, nonostante il suo obiettivo
fosse “ribaltare” la prospettiva platonica che aveva dato troppo valore alla
dimensione dello spirito rispetto a quella della sensibilità, rimane sempre
legato a quella tradizione occidentale che riduce l’essere ad ente, che
considera l’essere solo in relazione al soggetto. Secondo Nietzsche infatti, il
fondamento di tutto non è altro che la volontà di potenza dell’uomo. A questo
punto, portata a termine la parabola della metafisica, non può che seguire
quella che Heid. chiama “ età della TECNICA”: la realtà diventa un serbatoio di
energia, dominabile e utilizzabile dall’uomo. Stando quindi a queste
interpretazioni della verità che portano a ridurre l’essere a un ente,
dell’essere non è più nulla NICHILISMO. L’ epoca della metafisica verrà
sorpassata solamente quando tornerà ad imporsi la domanda: “CHE COS’E’
L’ESSERE?”.(vedere testo a pag. 374 e in particolare, nota numero 12).
“LA VERITA’ E’ L’INIZIO DELLA METAFISICA” (brano a
pag.374):
Il disvelamento presuppone la
dimensione del “non dato”,del nascosto,che sminuisce ciò che viene rivelato.
Negli antichi l’essere veniva
ridotto ad ente.
La verità è caratterizzata
dal pensiero che si adegua all’idea.
Vi sono prospettive che
tendono ad assolutizzare l’uomo(Marx,Kant,Hegel,Nietzsche),ma tutta la
filosofia occidentale è figlia di Platone.
Vi è infatti,in Platone,una
visione globale,non settoriale,che vede tutto ciò che è come metafisica.
Nelle varie teorie elaborate
dai filosofi,dietro una gerarchia di enti,c’è sempre un’esigenza umana,del
singolo individuo o del popolo (Feuerbach sarebbe l’esponente tipico di questo
antropocentrismo) e si è arrivati ora alla pura tecnica.
Questo processo che si è
attuato,nell’evoluzione del pensiero filosofico,ha una sua logica
interna,rappresenta il destino dell’occidente e ora ci può essere una svolta,ma
ciò si può vedere dal punto di vista dell’essere,non dell’uomo-
Infatti,in seguito a questo “oblio dell’essere”,che è stato ridotto
a semplice ente nell’orizzonte della metafisica,non si arriva all’origine,non
si arriva alla domanda originaria e ci si dimentica che la verità è la
correttezza del pensiero che si adegua all’idea.
L’oblio dell’essere è nichilismo e va’ sostituito dalla prospettiva ontologica,che si chiede
quale sia la differenza tra l’essere e l’ente.
(anche Nietzsche aveva
parlato di nichilismo:il nichilismo passivo è il cammello,quello attivo è il
leone,mentre per Heidegger esso è la volontà di potenza che annulla l’autonomia
dell’essere;quindi anche la prospettiva di Nietzsche può considerarsi
nichilista,poiché preda dell’antropocentrismo!)
lunedì 14 maggio 2012
POST-IMPRESSIONISMO (ARTE)
Al Post-impressionismo si rifanno tutti quegli orientamenti artistici che si svilupparono in Europa tra la fine dell’ ‘8oo e l’inizio del ‘900. Il Post-impressionismo è una tendenza artistica che supera i concetti dell'Impressionismo, conservandone solo alcune caratteristiche.
PUNTINISMO
Il puntinismo (pointillisme) si sviluppa in Francia alla fine del 1800. I puntinisti dipingono in maniera ancora più scientifica degli impressionisti e curando particolarmente la pennellata, più corta di quella impressionista, creando l’effetto “a puntini”. Questa maniera così macchinosa e rigida di dipingere, studiata per restituire solidità all’impressione ed aiutata dalla presenza di forme geometriche, sarà il limite dei puntinisti. Le opere richiedevano un impegno grandissimo e tempi lunghi. Sia Seurat che Signac (due puntinisti, tra i più famosi) si basarono sugli studi sulla luce e sul colore fatti dal chimico Chevreul, che lavorava nell’industria dei tessuti e scoprì che accostando due colori complementari, essi risultavano più luminosi.
SEURAT
In “Una domenica pomeriggio all'isola della Grande Jatte” Seurat dipinge senza una logica prospettica; raffigura forme geometriche (per esempio gli alberi sullo sfondo). Nessuno dei personaggi guarda l’osservatore, se non la bimba vestita di bianco. Seurat dipinge per esprimere la sua tecnica, infatti non fu mai interessato a descrivere la società, con i suoi pregi e difetti.
SIGNAC
Signac dà moltissima importanza al colore, piuttosto che alla forma. Egli si dedica alla rappresentazione nei suoi dipinti di effetti ottici (onde, vortici…) molto colorati; lo vediamo nel ritratto “Félix Fénéon” I colori, a suo parere, indicano emozioni e stati d’animo.
TRA ESPRESSIONISMO E SIMBOLISMO
Gaugin e Van Gogh collaborarono artisticamente. Essi non si possono ancora definire del tutto espressionisti; alcuni critici li considerano simbolisti. Entrambi stendono sulla tela il colore puro, molto denso, non mediato più dal chiaro-scuro.
Gli espressionisti più importanti furono Klimt e Matisse; secondo loro il colore è espressione dell’interiorità e non deve rispettare per forza il colore della realtà. Klimt, oltre che i colori, arriva a deformare i corpi.
GAUGUIN
Egli fugge dalla civiltà e fa suo il mito del “buon selvaggio”. Interrompe la relazione con la moglie, dopo la perdita del lavoro e se ne va da Parigi. Si trasferisce in Bretagna, in un villaggio di pescatori, anche se la sua filosofia di vita non sembra rispecchiarlo appieno. Pare che non sia totalmente “vero” nella messa in pratica del suo pensiero riguardante il ritorno alle origini e le forme naturali, tipiche dell’uomo primitivo.
“La visione dopo il sermone” (Pag. 52) rappresenta un gruppo di donne della sua nuova comunità che dopo la Messa hanno una visione: Giacobbe che lotta con l’angelo, già soggetti di un quadro di Delacroix (Pag. 140, volume 5). La visione, non essendo reale, è rappresentata in maniera sproporzionata rispetto al resto. Le linee di contorno dei soggetti sono piuttosto evidenti, come accade sulle stampe giapponesi, prese da ispirazione dagli artisti del periodo. Gauguin donò il quadro al parroco della comunità che rifiutò, considerando il soggetto difficile da interpretare per i fedeli. Gauguin prende ispirazione
dagli artisti che componevano il gruppo Nabis. Ne "La visione dopo il
sermone" Gauguin è ispirato da Emile Bernard (Pag. 58 "Donne bretoni
sul prato"). Bernard è più naturalistico rispetto a Gauguin,ad esempio nel
colore (il prato è verde e non rosso come in Gaugin); egli è anche meno legato
al mito del buon selvaggio e per questo inserisce nei propri dipinti personaggi
cittadini (donna con l’ombrellino). Gli artisti di Nabis erano impegnati in opere dei contenuti
fortemente simbolici, spesso avvolti nel mistero. Gauguin si trasferisce a
Tahiti, grazie a dei finanziamenti del governo per lo studio delle culture del
posto. Egli dipinge delle opere mischiando il panismo del posto con la
religione cristiana. Egli dipinge l’ “Ave Maria” che potrebbe essere
interpretata sia in chiave cristiana, sia libera da interpretazioni. Sembra che
si possa parlare di una lettura in chiave cristiana per la presenza delle
aureole sulla testa della donna e del bambino, per le 3 donne che portano doni
come i 3 Magi e per le mani giunte delle 3 donne come durante la preghiera
cristiana. Gauguin è molto decorativo, ama il colore e i paesaggi esotici. Nel
vestiario dei suoi personaggi non è però naturale, non si attiene al mito del
buon selvaggio, poiché dipinge i parei
portati da queste popolazioni solo dopo l’arrivo dei colonialisti. In questo caso
Gauguin appare dunque piuttosto costruito e pare soltanto che segua la moda
esotica in voga allora a Parigi, durante
l’Esposizione Universale(1889). Gauguin è l’autore anche di “Da dove veniamo?
Chi siamo? Dove andiamo?”, dipinto simile ad un fregio antico per la
disposizione di più scene in orizzontale. Le scene sono per lo più da leggere
in chiave religiosa (il bambin Gesù, Adamo che raccoglie il frutto del peccato,
un uomo e una donna nel loro cammino, una statua di idolo..). Gauguin disse che le allegorie del dipinto
erano impossibili da interpretare.
VAN GOGH
Vincent Van Gogh comincia a dipingere
autodidatta in un’età già relativamente matura. Egli era affetto da una
malattia psichiatrica assimilabile ad una sindrome maniaco-depressiva. Morirà
suicida ancora sconosciuto per la sua arte. Prima di cominciare a dipingere
viaggiò tra i paesi di minatori in Belgio per diffondere il Vangelo; gli si
prende a cuore la situazione dei più poveri. Van Gogh dipinge per questo motivo
personaggi degli strati bassi della società con in “Mangiatori di patate” (pag.
59), dove è chiara un’ispirazione da parte di Millet, soprattutto per le
tonalità scure. Egli fu criticato per la deformità dei volti dei suoi
personaggi perché sembra che esageri a rappresentare in tale modo la povertà e
la sofferenza. Nell’ ’86 si trasferisce a Parigi dove incontra alcuni
post-impressionisti che rivoluzioneranno la sua visione della pittura. Van Gogh
comincia a dipingere con colori molto brillanti e facendo attenzione all’accostamento
di colori puri (seppur non fosse scientifico come i post-impressionisti).
Il puntinismo (pointillisme) si sviluppa in Francia alla fine del 1800. I puntinisti dipingono in maniera ancora più scientifica degli impressionisti e curando particolarmente la pennellata, più corta di quella impressionista, creando l’effetto “a puntini”. Questa maniera così macchinosa e rigida di dipingere, studiata per restituire solidità all’impressione ed aiutata dalla presenza di forme geometriche, sarà il limite dei puntinisti. Le opere richiedevano un impegno grandissimo e tempi lunghi. Sia Seurat che Signac (due puntinisti, tra i più famosi) si basarono sugli studi sulla luce e sul colore fatti dal chimico Chevreul, che lavorava nell’industria dei tessuti e scoprì che accostando due colori complementari, essi risultavano più luminosi.
SEURAT
In “Una domenica pomeriggio all'isola della Grande Jatte” Seurat dipinge senza una logica prospettica; raffigura forme geometriche (per esempio gli alberi sullo sfondo). Nessuno dei personaggi guarda l’osservatore, se non la bimba vestita di bianco. Seurat dipinge per esprimere la sua tecnica, infatti non fu mai interessato a descrivere la società, con i suoi pregi e difetti.
SIGNAC
Signac dà moltissima importanza al colore, piuttosto che alla forma. Egli si dedica alla rappresentazione nei suoi dipinti di effetti ottici (onde, vortici…) molto colorati; lo vediamo nel ritratto “Félix Fénéon” I colori, a suo parere, indicano emozioni e stati d’animo.
TRA ESPRESSIONISMO E SIMBOLISMO
Gaugin e Van Gogh collaborarono artisticamente. Essi non si possono ancora definire del tutto espressionisti; alcuni critici li considerano simbolisti. Entrambi stendono sulla tela il colore puro, molto denso, non mediato più dal chiaro-scuro.
Gli espressionisti più importanti furono Klimt e Matisse; secondo loro il colore è espressione dell’interiorità e non deve rispettare per forza il colore della realtà. Klimt, oltre che i colori, arriva a deformare i corpi.
GAUGUIN
Egli fugge dalla civiltà e fa suo il mito del “buon selvaggio”. Interrompe la relazione con la moglie, dopo la perdita del lavoro e se ne va da Parigi. Si trasferisce in Bretagna, in un villaggio di pescatori, anche se la sua filosofia di vita non sembra rispecchiarlo appieno. Pare che non sia totalmente “vero” nella messa in pratica del suo pensiero riguardante il ritorno alle origini e le forme naturali, tipiche dell’uomo primitivo.
“La visione dopo il sermone” (Pag. 52) rappresenta un gruppo di donne della sua nuova comunità che dopo la Messa hanno una visione: Giacobbe che lotta con l’angelo, già soggetti di un quadro di Delacroix (Pag. 140, volume 5). La visione, non essendo reale, è rappresentata in maniera sproporzionata rispetto al resto. Le linee di contorno dei soggetti sono piuttosto evidenti, come accade sulle stampe giapponesi, prese da ispirazione dagli artisti del periodo. Gauguin donò il quadro al parroco della comunità che rifiutò, considerando il soggetto difficile da interpretare per i fedeli. Gauguin prende ispirazione dagli artisti che componevano il gruppo Nabis. Ne "La visione dopo il sermone" Gauguin è ispirato da Emile Bernard (Pag. 58 "Donne bretoni sul prato"). Bernard è più naturalistico rispetto a Gauguin,ad esempio nel colore (il prato è verde e non rosso come in Gaugin); egli è anche meno legato al mito del buon selvaggio e per questo inserisce nei propri dipinti personaggi cittadini (donna con l’ombrellino). Gli artisti di Nabis erano impegnati in opere dei contenuti fortemente simbolici, spesso avvolti nel mistero. Gauguin si trasferisce a Tahiti, grazie a dei finanziamenti del governo per lo studio delle culture del posto. Egli dipinge delle opere mischiando il panismo del posto con la religione cristiana. Egli dipinge l’ “Ave Maria” che potrebbe essere interpretata sia in chiave cristiana, sia libera da interpretazioni. Sembra che si possa parlare di una lettura in chiave cristiana per la presenza delle aureole sulla testa della donna e del bambino, per le 3 donne che portano doni come i 3 Magi e per le mani giunte delle 3 donne come durante la preghiera cristiana. Gauguin è molto decorativo, ama il colore e i paesaggi esotici. Nel vestiario dei suoi personaggi non è però naturale, non si attiene al mito del buon selvaggio, poiché dipinge i parei portati da queste popolazioni solo dopo l’arrivo dei colonialisti. In questo caso Gauguin appare dunque piuttosto costruito e pare soltanto che segua la moda esotica in voga allora a Parigi, durante l’Esposizione Universale(1889). Gauguin è l’autore anche di “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, dipinto simile ad un fregio antico per la disposizione di più scene in orizzontale. Le scene sono per lo più da leggere in chiave religiosa (il bambin Gesù, Adamo che raccoglie il frutto del peccato, un uomo e una donna nel loro cammino, una statua di idolo..). Gauguin disse che le allegorie del dipinto erano impossibili da interpretare.
VAN GOGH
Vincent Van Gogh comincia a dipingere autodidatta in un’età già relativamente matura. Egli era affetto da una malattia psichiatrica assimilabile ad una sindrome maniaco-depressiva. Morirà suicida ancora sconosciuto per la sua arte. Prima di cominciare a dipingere viaggiò tra i paesi di minatori in Belgio per diffondere il Vangelo; gli si prende a cuore la situazione dei più poveri. Van Gogh dipinge per questo motivo personaggi degli strati bassi della società con in “Mangiatori di patate” (pag. 59), dove è chiara un’ispirazione da parte di Millet, soprattutto per le tonalità scure. Egli fu criticato per la deformità dei volti dei suoi personaggi perché sembra che esageri a rappresentare in tale modo la povertà e la sofferenza. Nell’ ’86 si trasferisce a Parigi dove incontra alcuni post-impressionisti che rivoluzioneranno la sua visione della pittura. Van Gogh comincia a dipingere con colori molto brillanti e facendo attenzione all’accostamento di colori puri (seppur non fosse scientifico come i post-impressionisti).
Gaugin e Van Gogh collaborarono artisticamente. Essi non si possono ancora definire del tutto espressionisti; alcuni critici li considerano simbolisti. Entrambi stendono sulla tela il colore puro, molto denso, non mediato più dal chiaro-scuro.
Gli espressionisti più importanti furono Klimt e Matisse; secondo loro il colore è espressione dell’interiorità e non deve rispettare per forza il colore della realtà. Klimt, oltre che i colori, arriva a deformare i corpi.
GAUGUIN
Egli fugge dalla civiltà e fa suo il mito del “buon selvaggio”. Interrompe la relazione con la moglie, dopo la perdita del lavoro e se ne va da Parigi. Si trasferisce in Bretagna, in un villaggio di pescatori, anche se la sua filosofia di vita non sembra rispecchiarlo appieno. Pare che non sia totalmente “vero” nella messa in pratica del suo pensiero riguardante il ritorno alle origini e le forme naturali, tipiche dell’uomo primitivo.
“La visione dopo il sermone” (Pag. 52) rappresenta un gruppo di donne della sua nuova comunità che dopo la Messa hanno una visione: Giacobbe che lotta con l’angelo, già soggetti di un quadro di Delacroix (Pag. 140, volume 5). La visione, non essendo reale, è rappresentata in maniera sproporzionata rispetto al resto. Le linee di contorno dei soggetti sono piuttosto evidenti, come accade sulle stampe giapponesi, prese da ispirazione dagli artisti del periodo. Gauguin donò il quadro al parroco della comunità che rifiutò, considerando il soggetto difficile da interpretare per i fedeli. Gauguin prende ispirazione dagli artisti che componevano il gruppo Nabis. Ne "La visione dopo il sermone" Gauguin è ispirato da Emile Bernard (Pag. 58 "Donne bretoni sul prato"). Bernard è più naturalistico rispetto a Gauguin,ad esempio nel colore (il prato è verde e non rosso come in Gaugin); egli è anche meno legato al mito del buon selvaggio e per questo inserisce nei propri dipinti personaggi cittadini (donna con l’ombrellino). Gli artisti di Nabis erano impegnati in opere dei contenuti fortemente simbolici, spesso avvolti nel mistero. Gauguin si trasferisce a Tahiti, grazie a dei finanziamenti del governo per lo studio delle culture del posto. Egli dipinge delle opere mischiando il panismo del posto con la religione cristiana. Egli dipinge l’ “Ave Maria” che potrebbe essere interpretata sia in chiave cristiana, sia libera da interpretazioni. Sembra che si possa parlare di una lettura in chiave cristiana per la presenza delle aureole sulla testa della donna e del bambino, per le 3 donne che portano doni come i 3 Magi e per le mani giunte delle 3 donne come durante la preghiera cristiana. Gauguin è molto decorativo, ama il colore e i paesaggi esotici. Nel vestiario dei suoi personaggi non è però naturale, non si attiene al mito del buon selvaggio, poiché dipinge i parei portati da queste popolazioni solo dopo l’arrivo dei colonialisti. In questo caso Gauguin appare dunque piuttosto costruito e pare soltanto che segua la moda esotica in voga allora a Parigi, durante l’Esposizione Universale(1889). Gauguin è l’autore anche di “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, dipinto simile ad un fregio antico per la disposizione di più scene in orizzontale. Le scene sono per lo più da leggere in chiave religiosa (il bambin Gesù, Adamo che raccoglie il frutto del peccato, un uomo e una donna nel loro cammino, una statua di idolo..). Gauguin disse che le allegorie del dipinto erano impossibili da interpretare.
VAN GOGH
Vincent Van Gogh comincia a dipingere autodidatta in un’età già relativamente matura. Egli era affetto da una malattia psichiatrica assimilabile ad una sindrome maniaco-depressiva. Morirà suicida ancora sconosciuto per la sua arte. Prima di cominciare a dipingere viaggiò tra i paesi di minatori in Belgio per diffondere il Vangelo; gli si prende a cuore la situazione dei più poveri. Van Gogh dipinge per questo motivo personaggi degli strati bassi della società con in “Mangiatori di patate” (pag. 59), dove è chiara un’ispirazione da parte di Millet, soprattutto per le tonalità scure. Egli fu criticato per la deformità dei volti dei suoi personaggi perché sembra che esageri a rappresentare in tale modo la povertà e la sofferenza. Nell’ ’86 si trasferisce a Parigi dove incontra alcuni post-impressionisti che rivoluzioneranno la sua visione della pittura. Van Gogh comincia a dipingere con colori molto brillanti e facendo attenzione all’accostamento di colori puri (seppur non fosse scientifico come i post-impressionisti).
sabato 12 maggio 2012
CALLIMACO (GRECO)
Callimaco
La Vita e le Opere: Nato a Cirene, Callimaco era
figlio di Batto, omonimo dell'antico fondatore della città, dal quale la sua
famiglia si vantava di discendere, e "Battìade" fu appunto il
patronimico con cui egli stesso volle essere ricordato. Il poeta si trasferì ad
Alessandria, dove inizialmente si guadagnò da vivere facendo il maestro di scuola.
Tuttavia ben presto egli, segnalatosi per il suo brillante ingegno, entrò nella
cerchia dei poeti che dimoravano presso la corte tolemaica. Assai copiosa fu la
sua produzione poetica, ed ancora più vasta fu la sua attività di erudito
presso la Biblioteca alessandrina. La maggiore opera in campo filologico furono
i cosiddetti Pinakes (cioè
"tavole") in 120 libri, un ponderoso catalogo ragionato di tutta la
letteratura greca. Di ognuno degli autori, distribuiti nelle varie sezioni
dedicate ai diversi generi letterari, si dava l'elenco delle opere, preceduto
da un breve profilo biografico e corredato di note erudite inerenti a problemi
filologici e testuali. A conferma dei suoi svariati interessi culturali si
possono ricordare scritti eruditi quali Sui
fiumi dell'Europa, Sui fiumi del
mondo, Sugli uccelli, Sui venti, Denominazione dei mesi secondo i popoli e le città ed altri ancora.
La Rivoluzione Callimachea: Callimaco rappresenta,
dal punto di vista letterario, l'autore che più di ogni altro rispecchia la
svolta epocale impressa alla civiltà greca dalle conquiste di Alessandro.
Caposcuola di una corrente artistica fortemente innovatrice, destinata ad
influenzare a distanza anche la letteratura latina, egli elabora una poetica di
sostanziale rottura nei confronti della tradizione precedente, tradizione che
aveva avuto nei poemi omerici il suo testo "sacro". Alla pretesa di
riproporre, in pieno Ellenismo, i contenuti e lo stile del poema epico
tradizionale, emulandone anche la sterminata lunghezza, egli oppone un netto
rifiuto. L'antiomerismo di questo autore non tende tanto a mettere in
discussione la grandezza dell'antico epos, quanto a rilevare l'inattualità
della ripresa di esso da parte di goffi imitatori. Inoltre Callimaco sostiene
che la poesia sia fine a se stessa: un testo poetico non deve avere messaggi,
né etici né pedagogici, ed può essere considerata bella soltanto nel caso in
cui sia scritta bene.
Gli Aitia: Con "Cause"
potrebbe rendersi in italiano il titolo di quest'opera, che era costituita da
quattro libri di componimenti in metro elegiaco: ognuno di essi spiegava,
attraverso la rievocazione di un mito, la leggendaria origine di un'usanza, di
una cerimonia, di una festa, del nome di una località, coniugando così gli
interessi storico-antiquari, caratteristici del Callimaco filologo, con quelli
artistici, propri del Callimaco poeta. Gli espedienti cui Callimaco fa ricorso
per introdurre la narrazione etiologica sono i più vari: talvolta parla in
prima persona lo stesso protagonista dell'aition,
mentre in altri casi il racconto viene inserito in una "cornice". Il
poema trae origine da un sogno in cui le Muse appariscono a Callimaco, secondo
uno schema derivato dalla Teogonia
esiodea. Degli Aitia rimangono circa 200 frammenti di varia estensione. L'opera
presenta due proemi: il primo proemio è un prologo di carattere programmatico
in cui il poeta polemizza con i suoi avversari ed espone la propria poetica; il
secondo proemio è la rievocazione di un sogno in cui egli, trasportato in cima
al monte Elicona, discuteva con le Muse sull'origine di usanze e di riti. Il primo
proemio costituisce il documento più rilevante della polemica che oppose
Callimaco ai sostenitori delle forme letterarie tradizionali, soprattutto di
quel "poema unico ed ininterrotto" cui egli contrapponeva il suo
"epos in breve", esemplato appunto nelle elegie che formavano la
raccolta degli Aitia. Callimaco chiama i suoi avversari
"Telchini", dal nome dei maligni demoni sterminati da Apollo; e
appunto all'accusa, mossagli da costoro, di essere poeta "di pochi
versi", egli ribatte sprezzantemente che la poesia non va misurata in base
all'estensione.
Contro i Telchini: I primi
versi del proemio contengono una vera e propria enunciazione di poetica, per la
quale Callimaco trae spunto dalla fantastica identificazione dei suoi
detrattori con i Telchini. Da quanto si ricava leggendo questi versi, la
principale accusa che si rivolgeva a Callimaco era quella di essere oligostikos, cioè di scrivere componimenti
brevi, non essendo in grado di cimentarsi con il ben più impegnativo poema
epico. Il poeta non smentisce l'affermazione degli avversari, ma contesta la
spiegazione che essi ne danno, innalzando la leptoths,
l'"esilità" della poesia, a canone fondamentale della propria
concezione artistica, e motivando il rifiuto dell'epos tradizionale con precise
ragioni estetiche. Per fare ciò egli ricorre ad una serie di significative
immagini non allegoriche che contrappongono il suo modo di fare poesia a quello
dei tradizionalisti: da una parte il melodioso usignolo e la canora cicala,
dall'altra la stridula gru e l'asino ragliante; da un lato il pesante carro che
viaggia per strade ampie e già battute, dall'altro l'agile cocchio che si
avventura per impervi ed inesplorati sentieri.
Le città di Sicilia:
L'erudizione storico-geografica costituisce, insieme alla rievocazione di miti
spesso poco noti, la principale caratteristica degli Aitia. Questo brano, che consiste in un dialogo fra lo stesso
Callimaco e la musa Clio, offre infatti lo spunto per rievocare antiche
tradizioni legate alle fondazioni delle città siceliote come il culto dei
fondatori delle città. In particolare nei riti sacrificali volti ad ottenere la
protezione divina sulla città di Zancle (l'antica Messina) non si invocava,
com'era invece costume altrove, il nome dell'eroe fondatore ricorrendo ad una
formula generica.
La storia di Acontio e
Cidippe: Il giovane Acontio si innamora perdutamente della bella Cidippe,
da lui conosciuta a Delo, e riesce a legarla a sé mediante una sorta di incantesimo.
Così, ogni volta che stanno per essere celebrate le nozze di Cidippe con uno
dei pretendenti, essa si ammala misteriosamente, finché un oracolo non rivela
la verità ed i due giovani possono finalmente unirsi in matrimonio. L'unione
fra la stirpe di Acontio e quella di Cidippe, entrambi discendenti da nobili
antenati, viene paragonata da Callimaco alla mistione fra diversi metalli.
La Chioma di Berenice: Si
tratta di uno dei testi più famosi nel mondo antico, divenuto oggetto di
imitazioni e di riscritture, fra cui la più celebre è senz'altro quella di
Catullo. Alla partenza del marito per un'ennesima campagna militare, Berenice
consacra in voto agli dei una ciocca dei suoi capelli, che poi scompare
misteriosamente dal tempio in cui era stata collocata; contemporaneamente
l'astronomo di corte, Conone, scopre un nuovo gruppo di stelle nel quale egli
individua la forma della ciocca stessa, proclamandone la miracolosa metamorfosi
in costellazione. L'espediente di far narrare alla stessa ciocca di capelli la
sua incredibile vicenda costituisce una prosopopea, mentre il tono encomiastico
del componimento è sottolineato dal fatto che i capelli di Berenice soffrono
per non poter più toccare la testa della donna.
L'Ecàle:
L'Ecàle è un breve poema epico di
contenuto mitico - etiologico, e rappresenta il prodotto forse più esemplare
della nuova concezione artistica affermata da Callimaco: la relativa brevità
dell'estensione e l'erudizione antiquaria costituiscono infatti gli elementi
peculiari dell'opera. Teseo si mette in viaggio per affrontare il feroce toro
di Maratona, che infesta quella regione. Sorpreso da un temporale durante il
cammino, egli trova ospitalità presso il modesto casolare di una vecchia
contadina, Ecale. Ripartito il giorno dopo, l'eroe porta a termine felicemente
la sua impresa; quindi fa ritorno alla casa di Ecale, per renderle il dovuto
ringraziamento, ma apprende con dolore che la vecchietta è spirata. Allora
egli, per onorarne la memoria, decide di chiamare con il nome della donna quel
luogo e di edificarvi un tempio in onore di Zeus.
Il ritorno di Teseo: Sulla
via del ritorno da Maratona, Teseo si imbatte in alcuni contadini: atterriti
alla vista dello sconosciuto e del gigantesco toro che egli trascina dietro di
sé, costoro stanno per darsi alla fuga, ma l'eroe li rincuora. Allora tutti
intonano il canto di vittoria e gettano foglie su Teseo in segno di onore,
mentre le donne gli incoronano il capo con fasce. Quest'ultimo particolare
spiega l'origine dell'usanza di fare lo stesso con gli atleti vincitori.
Il discorso della cornacchia:
Questo brano è occupato per la maggior parte dal discorso che una vecchia
cornacchia fa ad un altro uccello per spiegarle quanto sia pericoloso divulgare
avventatamente notizie sgradevoli (il colore nero delle piume delle cornacchie
rappresenta infatti una punizione per aver fatto ciò). Notevole risulta, nella
parte finale del frammento, la realistica descrizione dell'alba, il cui sorgere
è scandito dai suoni della vita che riprende dopo il silenzio del riposo
notturno.
venerdì 11 maggio 2012
APOLLONIO RODIO (GRECO)
APOLLONIO RODIO
Apollonio
Rodio nasce, approssimativamente, nel 295 a.C. ad Alessandria. E’ contemporaneo
di Callimaco con il quale è in contatto.
Secondo alcune fonti ci sarebbe stata una disputa tra i due, a causa del fatto
che Rodio aveva scritto un poema epico, discostandosi quindi dai canoni della
poesia di Callimaco, che si era schierato contro il tradizionale modo di fare
poesia (e quindi contro la forma del poema epico); il successivo spostamento di
Apollonio a Rodi sarebbe dunque dovuto a questo contrasto con l’ ex maestro
Callimaco.
A ben
indagare, però, le suddette fonti non sono del tutto affidabili e l’ idea di un
contrasto tra i due poeti ha basi del tutto inconsistenti.
E infatti
Apollonio non è enumerato tra i Telechini, ovvero i detrattori di Callimaco, né
si può considerare la sua opera una pura imitazione del poema di stampo
omerico; Apollonio non contravviene ai principi estetici callimachei, anzi, il
suo obbiettivo è proprio quello di riproporre Omero passando attraverso la
lezione di Callimaco ( è facile intuire questo aspetto anche dal fatto che in
diverse situazioni Apollonio viola il
“codice” epico e si avvicina di più alla tragedia e alla lirica monodica, oltre
al fatto che nel suo poema non troviamo più la figura dell’eroe tradizionale,
ma una sorta di “antieroe”).
L’ OPERA- “LE ARGONAUTICHE” ( vedi
trama pag. 139-140)
L’ argomento
dell’ opera ( il viaggio di Giasone e degli Argonauti alla ricerca del vello d’
oro e il loro successivo rientro in Grecia) è antecedente alle vicende narrate
nell’ Iliade e nell’ Odissea ( i suoi protagonisti appartengono alla
generazione precedente) e viene affrontato in maniera molto diversa rispetto ai
poemi omerici:
-
innanzitutto
la lunghezza del poema, solo 4 libri
(cfr. tetralogia tragica, che prevedeva che ogni autore presentasse 3 tragedie
e un dramma satiresco ) contravviene alle norme del codice epico.
-
lo
spazio è chiuso, circolare: il punto di partenza coincide con quello di arrivo
( l’ obbiettivo di Giasone e compagni non è la Colchide, ma la Grecia) ; in
diversi momenti, inoltre, il paesaggio, descritto minuziosamente con
particolare attenzione ai dettagli (si veda il passo “Il passaggio delle
Simplegadi”), contribuisce a creare un’ atmosfera onirica e surreale (in alcuni
momenti gli stessi protagonisti credono di compiere un viaggio verso la morte).
-
La
vicenda non inizia in medias res, come nei poemi omerici, ma
viene narrata seguendo scrupolosamente l’ ordine cronologico delle vicende (nel proemio viene raccontato brevemente l’
antefatto e poi la narrazione comincia dall’ inizio); il tempo viene inoltre
spezzettato dai molti excursus eziologici, dalle analessi e dalle anticipazioni
inserite dall’autore.
-
Elemento
assolutamente innovativo rispetto alla tradizione omerica è l’ intervento dell’
autore: se nell’ epos omerico l’aedo
era solo uno strumento per il canto della Musa, qui l’autore acquista una sua
autonomia ed è consapevole dell’ originalità della propria creazione e della
fama che da essa gli deriverà. Sono
molto frequenti l’ uso della
prima persona e l’ inserimento di commenti, domande, affermazioni,
considerazioni di tipo metaletterario.
-
Una grande
differenza si riscontra anche nei personaggi e nella loro caratterizzazione:
innanzitutto, come per tutta la letteratura ellenistica, compaiono personaggi
umili, quali servi e bambini, che acquistano una loro autonomia (si veda Eros
rappresentato e descritto come un
bambino, non come un adulto in miniatura) e la figura della donna ha ormai
acquisito, già a partire da Euripide, un’ importanza pari, se non superiore, a
quella dell’ uomo. Ma la novità più significativa sta proprio nel come questi personaggi vengono
descritti: essi sono umani, non più
idealizzati come avveniva nell’ epos. Si pensi alla figura di Giasone: egli è
caratterizzato, fin dall’ inizio, da incertezza
e incapacità: non è mai sicuro riguardo alla decisione da prendere e nelle
difficoltà non è capace di prendere in mano la situazione e di salvare sé e i
compagni ( si deve sempre attendere l’ intervento divino o l’ aiuto di altri
personaggi quali Medea). La sua caratteristica principale è dunque l’ αμηχανία contrapposta
alla πολυτροπία
di Ulisse.
Il proemio (pag. 147)
La
tradizionale invocazione alla Musa viene qui sostituita da un’ invocazione al
dio Apollo, che sarà molto presente durante tutta la vicenda degli Argonauti.
In questo
proemio viene raccontato l’ antefatto, il che ricorda molto i proemi
informativi di Euripide. Negli ultimi versi emerge inoltre la contrapposizione
tra il poeta e gli autori del passato (“i poeti di un tempo….. ora io…”), il che mostra la
consapevolezza dell’ autore riguardo alla novità costituita dalla sua opera.
La contesa tra Ida e Idmone (pag.
149)
Sono appena
stati celebrati i sacrifici in onore di Apollo e i compagni di Giasone
festeggiano l’ imminente partenza. Solo il protagonista non prende parte ai
festeggiamenti, ma si isola momentaneamente riflettendo sulla scelta compiuta e
sulla pericolosità che la missione comporta per lui e per i suoi compagni ( già
qui possiamo notare l’ indecisione che caratterizzerà Giasone in tutta la
vicenda). A causa di questo atteggiamento, egli viene apostrofato da Ida, che
non accetta di sottostare agli ordini di un condottiero sfiduciato e deride gli
oracoli, affermando la propria autosufficienza rispetto all’ aiuto divino.
La sua
arroganza e la sua hybris vengono ammonite da Idmone, figlio e oracolo del dio
Apollo, il quale definisce Ida “sciagurato” perché “cieco a causa del vino” e i
suoi discorsi “stolti e arroganti”.
Ida
rappresenta l’ eroe omerico tradizionale, mosso da coraggio e determinazione
e impavido di fronte ai pericoli,
nettamente contrapposto all’ indeciso e timoroso Giasone, del quale non può
comprendere l’angosciante solitudine.
Ida è anche
contrapposto a Idmone, a causa della sua tracotanza, che lo porta a
deridere gli oracoli e gli stessi dei.
Il rapimento di Ila (pag. 154)
In questo brano si racconta appunto il
rapimento di Ila, il giovane amato da Eracle; allontanatosi dai compagni per
ricercare una fonte a cui attingere, Ila viene rapito da una Ninfa, invaghitasi
della sua bellezza. Il suo urlo è udito da Polifemo, amico di Eracle che subito
si mette sulle tracce del giovane. Nel bosco incontra Eracle e gli racconta
l’accaduto; l’ eroe, inconsolabile, non si darà pace fino a quando non avrà
ritrovato l’ amato: esplora tutti i luoghi circostanti ma non trova Ila in
nessun luogo. Intanto all’ alba la nave Argo salpa senza di lui.
Questo episodio serve principalmente a
togliere di scena Eracle e ha quindi un importante ruolo nell’ economia di
tutto il poema. L’ autore opera questa scelta perché sa perfettamente che il
più forte e valoroso eroe greco, Eracle, è irriducibile alla figura dell’ eroe
moderno, pieno di dubbi e timori: egli non può dunque essere coinvolto in una
spedizione in cui il condottiero è proprio Giasone, emblema dell’ eroe moderno,
che richiederà l’ aiuto di una donna per portare a termine la sua missione
(ovviamente un eroe tradizionale come Eracle
non l’ avrebbe mai fatto).
Questo breve episodio costituisce un
epillio autonomo all’ interno dell’ opera ed è caratterizzato da alcuni temi
quali l’ Eros e il paesaggio, tipici della letteratura ellenistica.
Questo racconto sarà ripreso anche da
Teocrito.
Il passaggio alle Simplegadi (pag. 157)
Gli Argonauti, durante il loro viaggio
verso la Colchide, devono affrontare il pericolosissimo passaggio delle
Simplegadi, due grandi scogli che non sono immobili, ma che si avvicinano e
allontanano continuamente, rendendo così il passaggio particolarmente
rischioso.
In questo brano si nota, in un primo
momento, la contrapposizione tra le capacità tecniche di cui fanno sfoggio gli
Argonauti e la resistenza opposta dalla natura; nella parte finale del brano,
invece, i protagonisti cadono in una rassegnata αμηχανία, e potranno essere salvati solo dall’
intervento divino (sarà infatti Atena a spingere la nave oltre il passaggio).
Nel dialogo finale, tra Tiphis e
Giasone, emerge l’umanità del protagonista, il quale esprime tutta la sua
angoscia e il timore per l’incolumità dei compagni.
In questo brano emergono tre aspetti
caratteristici dell’ opera di Apollonio:
-
da una parte c’è
la caratterizzazione di Giasone e dei suoi compagni, che ne mette in risalto il
“timore e tremore” a indicare come questi personaggi non siano in grado di
prendere in mano la situazione e di uscire dalle difficoltà senza il sostegno
della divinità; essi sono dunque degli eroi moderni, non più valorosi e
coraggiosi, ma umani, e quindi dotati di una dimensione interiore comprendente
anche dubbi e incertezze.
-
La descrizione
dettagliata del paesaggio che serve a mettere in rilievo da una parte la
difficoltà oggettiva che gli Argonauti si trovano di fronte, dall’ altra il
loro stato d’ animo caratterizzato prevalentemente da paura.
-
Il motivo
eziologico: con l’ inserimento di questo episodio, Apollonio spiega come le
Simplegadi si siano finalmente fermate.
LEGGERE LO STESSO BRANO TRATTO DA VALERIO
FLACCO, PAG. 159 E SEGUENTI.
Il dardo di Eros (pag 163)
Hera e Atena, preoccupate per la sorte
di Giasone, si recano da Afrodite e le chiedono di mandare suo figlio Eros
sulla Terra, affinché colpisca con una delle sue frecce la giovane Medea, in
modo tale da farla innamorare di Giasone. In questo modo l’ eroe potrà avere il
sostegno delle potentissime arti magiche conosciute dalla fanciulla.
Nei versi introduttivi è raccontata la
scena in cui Afrodite dà questo importante incarico al figlioletto,
promettendogli in cambio un regalo (una palla); è singolare la descrizione che
viene fatta di questi due personaggi divini: Eros è un bambino e viene
descritto esattamente come tale e non come un adulto in miniatura. Il dio viene
ritratto mentre sta giocando ed è
contraddistinto da atteggiamenti tipicamente infantili (“aggrappandosi alle
vesti”, “la pregava di dargliela subito, senza aspettare”), mentre Afrodite è
descritta proprio come una madre umana (“lo trasse a sé, lo baciò sulle guance
abbracciandolo”). Questi personaggi non hanno dunque più niente di divino, la
stessa scena potrebbe svolgersi ovunque, in una qualsiasi famiglia; questo
perché, nell’ età ellenistica, gli dei
dell’ Olimpo perdono il loro ruolo di artefici del destino umano: essi
diventano esempi comportamentali o simbolo di qualcosa (ad esempio Eros e
Afrodite vogliono semplicemente significare “amore”), ma non sono più loro a
costruire le vicende umane.
Anche nel caso dell’ innamoramento di
Medea, l’input è sì divino ( è il dardo di Eros che fa innamorare Medea), ma il
cambiamento interiore del personaggio avviene attraverso modalità
specificamente umane, abilmente descritte da Apollonio riprendendo alcuni
elementi della lirica corale (Saffo).
Infatti, dopo che Eros “con sguardo
ammiccante, fattosi piccolo” colpisce la giovane con il suo “dardo amaro”
(anticipazione del triste destino di Medea) ed esce di scena “gongolante di
gioia”, ha inizio l’ innamoramento, di cui ci viene descritta la sintomatologia
fisica ed interiore:
la fanciulla si sente ardere come se
avesse un fuoco dentro di sé, gli occhi brillano (in Saffo, la vista si
annebbia), il cuore batte all’impazzata e si fa strada nell’animo di lei un dolce tormento (ossimoro che descrive
efficacemente la condizione di Medea nei momenti immediatamente successivi), il
suo volto passa dal colorito pallido delle guance al rossore.
Singolare è poi il fatto che l’ autore
paragoni la giovane maga a una donna che, alzatasi presto per filare ravviva
continuamente il fuoco per tenersi sveglia, e quindi a una donna ritratta in
un’ attività umana e quotidiana. Questa è un’ altra differenza rispetto al
poema omerico, dove i personaggi venivano paragonati agli dei oppure agli
animali.
Tormento notturno (pag.166)
Viene qui descritto quel “dolce
tormento” che affligge Medea all’ arrivo di Giasone; alla tranquillità e al
silenzio della notte (“mentre il viandante e il guardiano a quell’ ora
agognavano il sonno…. Per la città non più ululati di cani, non forte
frastuono: il silenzio regnava sull’ombra sempre più fitta”), si contrappone il
tumulto interiore di Medea (“Ma il dolce sonno non prese Medea”). Lo stato d’
animo della fanciulla viene paragonato al fenomeno della rifrazione (raggio di
sole riflesso in uno specchio o nell’ acqua, vv. 756- 759).
Ella è infatti combattuta tra l’ amore
per Giasone e il suo pudore virginale; considera le varie possibilità:
scegliere la via dell’ amore significherebbe innanzitutto aiutare Giasone nella
sua missione, salvandolo da morte certa, e abbandonare la casa e i suoi affetti
per tornare in Grecia con lui; oppure
scegliere la via del pudore, aiutando Giasone ma uccidendo se stessa; oppure
ancora restare viva e affrontare il suo “destino di tenebra”. Questo conflitto
interiore porta per un momento Medea a considerare come possibile soluzione il
gesto estremo del suicidio; sta per prendere i filtri con i quali togliersi la
vita, quando “a un tratto nell’animo le venne atroce terrore del cupo regno dei
morti”: il giovanile amore per la vita la porta a retrocedere di fronte a
questo gesto estremo. La giovane comincia ad attendere impazientemente l’ alba,
non tanto per porre fine al suo tormento notturno, ma per rivedere il volto di
Giasone e consegnargli i filtri magici che lo aiuteranno bella sua missione: ha
scelto la via dell’ amore, che la condurrà a un triste destino in una terra
lontana.
La terribile prova:
Nei
versi che descrivono la titanica lotta di Giasone contro le mostruose creature
che si frappongono fra lui ed il magico vello la componente omerica dell'arte
di Apollonio ha un netto sopravvento sugli elementi di "modernità"
che caratterizzano tante parti del poema. La stessa figura dell'eroe, quasi
sempre contraddistinta da una frustrante condizione di amechanìa, di angosciata irresolutezza davanti ad ogni difficoltà
incontrata lungo il suo cammino, assume qui decisamente i tratti del'eroe
epico. Ciò si vede per esempio nei termini utilizzati da Apollonio per
descrivere Giasone: "Era nudo, e somigliava ad Ares in parte, in parte ad
Apollo, che porta la spada dorata."; ben piantato sulle gambe;
infaticabile; pieno di forze; eroe.
ETA' ELLENISTICA + MENANDRO (GRECO)
CARATTERI GENERALI DELL’ ETA’
ELLENISTICA
L’ età
ellenistica va, convenzionalmente, dal 323 a.C. (morte di Alessandro Magno) al
31 a.C. ( battaglia di Azio, fine del regno dei Tolomei).
Ovviamente i cambiamenti per la civiltà e la cultura greche sono
enormi: La Grecia diventa un unico regno, in cui la πολις perde la sua autonomia come istituzione
politica e non può più autogovernarsi né legiferare. Oltretutto la Grecia, e
con essa Atene, non ha alcuna centralità a livello economico e perde il suo
primato in campo culturale; Atene resta infatti un centro per la filosofia, ma
non per la letteratura. Ciononostante la lingua e la cultura greche sono molto
diffuse: la Grecia diventa una terra di emigrazione e, insieme ai cittadini, si
sposta anche la cultura. E infatti in questa fase le classi dirigenti dei
diversi regni ellenistici hanno una cultura di matrice greca e si può perfino
parlare di una κοινή
διάλεχτος, un particolare dialetto greco di stampo
attico che era particolarmente diffuso
in tutti i regni ellenistici.
Un
importante centro economico e culturale è l’ Egitto, dove regna la dinastia dei
Tolomei, i quali fecero in modo di far convergere ad Alessandria importanti
intellettuali che si occupavano di discipline molto diverse. Questo fu
possibile grazie all’ istituzione del Museo
e della Biblioteca.
Il Museo
costituisce un importante centro di studi (in questo periodo, ad esempio, si
effettuano molte scoperte in ambito medico, grazie anche alla possibilità di
praticare la dissezione sui corpi umani) ed è proprio in questo contesto che
nascono le scienze; Non nasce però la figura dello scienziato: l’ intellettuale
ellenistico deve avere una conoscenza enciclopedica e non limitata ad un
singolo ambito di indagine. La Biblioteca è invece un luogo in cui vengono
conservati pressappoco tutti i libri esistenti in questo periodo. Qui
convergono, oltre ai testi sacri, anche testi provenienti dalle svariate
culture che erano in contatto con il regno d’ Egitto (tutte le navi che
giungevano al porto di Alessandria dovevano infatti consegnare tutti i rotoli
di papiro che trasportavano, i quali venivano ricopiati per essere collocati
nella biblioteca).
Anche qui emerge una nuova figura, quella del bibliotecario: costui
non solo si occupa di catalogare i testi
che giungono nella biblioteca, ma provvede anche a scriverne una sintesi (Callimaco, ad esempio scrisse le πιναχής, le “Tavole”, un’
opera andata perduta che raccoglieva le sintesi di tutte le opere della
biblioteca) ; ovviamente queste opere venivano anche studiate in maniera
approfondita, e in particolare da un punto di vista filologico ( è in questo
periodo, ad esempio, che ci si accorge di alcune incongruenze presenti nell’
Iliade e nell’ Odissea; nasce la questione omerica).
Gli
studiosi alessandrini prediligevano la catalogazione per tre: di ogni genere
letterario sceglievano i tre autori migliori; di questi abbiamo conservato
molto, mentre degli altri da questo momento in poi cominciano a perdersi molte
opere. Ho parlato di generi letterari perché è proprio in epoca ellenistica che
nasce la letteratura: cominciano in
questo periodo ad essere prodotte delle antologie,
grazie alle quali è possibile riconoscere elementi di continuità e di
distacco tra i diversi autori e definire dunque i diversi generi letterari.
Un
elemento di novità importante in questa fase è dato dalla nascita della letteratura popolare: aumentano l’
alfabetizzazione e la disponibilità di materiale papiraceo, che raggiunge
quindi costi più accessibili. La letteratura, dunque, non è più solo di tipo
erudito e a scopo pedagogico, ma diventa letteratura di evasione, volta a
dilettare e a far diventare un pubblico che non si limita più all’
aristocrazia, ma coinvolge anche quella che si potrebbe definire la borghesia
dell’ epoca.
Diretta
conseguenza di ciò è il cambiamento delle temi in ambito letterario: si
affrontano tematiche quotidiane, molte poesie di quest’ epoca sono dedicate a
piccoli animali o ad oggetti donati (poesia con motivo encomiastico); anche il
paesaggio assume una sua rilevanza: in alcuni casi rimane un paesaggio
evocativo (paesaggio- stato d’animo) come quello della poesia lirica arcaica,
in altri il paesaggio è fine a se stesso: ne viene fatta una descrizione molto
dettagliata, che coglie il paesaggio nel suo momento di massimo splendore (in
primavera o estate, acque fresche e limpide, brezza piacevole ecc..) e non
vuole evocare nient’ altro se non la bellezza del luogo.
Questo è
dovuto alla realtà urbana dei regni ellenistici: se nella Grecia antica città e
campagna erano poco distinguibili, una dentro l’altra, nei nuovi regni
ellenistici la distinzione è molto evidente; Alessandria, ad esempio, è una
metropoli nettamente distinta dalla campagna circostante. La campagna diventa un
luogo di svago e riposo per i cittadini e per questo si tende a idealizzarla, a
rappresentarla come esageratamente bella e ricca.
Anche il
mito è presente, ma gli autori ellenistici preferiscono inserire nelle loro
opere quei miti più ricercati e meno noti al pubblico, piuttosto che riprendere
i miti più famosi.
Un altro
elemento di novità è dato dalle figure trattate: a partire da questo momento
assumono importanza donne, bambini, schiavi, anziani, personaggi quotidiani che
nella letteratura precedente avevano avuto un ruolo marginale.
Questo è
probabilmente dovuto al fatto che il cittadino greco, in questa fase, non si
sente più cittadino di una πολις, ma cittadino del mondo: i greci hanno
riconosciuto l’ umanità anche in quei popoli che avevano sempre considerato
inferiori e, avendo perso la propria dimensione pubblica, ne hanno acquistata
una privata, prendendo consapevolezza di quei legami più intimi e familiari che
nell’ epoca della πολις
venivano sacrificati in favore di un maggiore impegno politico.
LEGGERE SAGGIO PAG. 24 E SEGUENTI
MENANDRO
E’ l’unico
autore della commedia nuova di cui ci è giunto qualcosa. Fino agli anni ’70 del
secolo scorso avevamo solo qualche frammento, ma in seguito furono rinvenuti
dei papiri contenenti ben cinque commedie, di cui tre in buono stato.
Menandro è
ateniese, nasce intorno alla metà del IV secolo a.C. e muore alla metà del III.
Volendo
fare un confronto con la letteratura latina, si può impostare un’ equazione del
tipo .
Menandro : Aristofane =
Terenzio : Plauto.
Infatti,
sia per Menandro che per Terenzio, la commedia ha la funzione non soltanto di
dilettare, ma di fornire insegnamenti etici e morali e il linguaggio è meno
vario (in Plauto e Aristofane troviamo una grandissima varietà di registri
linguistici).
Nelle
prime commedie di Menandro i personaggi sono dei tipi fissi, ovvero sono personaggi statici che non conoscono un
cambiamento durante il corso della vicenda (si pensi al Δυσκολός),
mentre nell’ ultima fase della sua produzione a noi giunta, i personaggi sono
meno statici.
Ovviamente
la commedia menandrea non affronta nessun tema politico, mentre si concentra
sulla dimensione interiore dei personaggi. E infatti i protagonisti sono
generalmente gli abitanti di una cittadina tranquilla, impegnati in un’
esistenza che ha nella famiglia e nei suoi valori l’ unico fulcro di interesse.
In genere un elemento di perturbazione
di questa società “borghese” è la presenza dell’ ètera, che spesso dà avvio alla vicenda (si pensi a “L’
arbitrato”).
Inoltre
molto spesso nelle commedie di Menandro sono presenti accenni ad alcuni mali
della società, come ad esempio i riferimenti alla diffusione di fenomeni quali
la prostituzione o l’ esposizione dei neonati.
In queste
commedie si ripropongono sempre le medesime situazioni; generalizzando: all’
inizio si trova un personaggio positivo che incontra delle difficoltà nel
raggiungimento del suo obbiettivo (l’ amore per una fanciulla, la scoperta
delle proprie origini ecc..), il protagonista affronta tali sfide mantenendo
sempre un comportamento positivo (rispetto dei valori, buon senso) per poi
raggiungere il suo obbiettivo. Le vicende hanno sempre un lieto fine e il
momento educativo sta proprio nel premio ricevuto dal personaggio positivo.
Importante
è l’ elemento della divinità: in questa fase il ruolo determinante che gli dei
dell’ Olimpo avevano avuto nelle vicende umane viene meno; i personaggi non
sono più guidati come marionette dalla volontà divina. L’unica divinità che
venerano è Tyche, la sorte della quale è impossibile conoscere il percorso.
Questa
crisi della religione tradizionale seguì la caduta della πολις ed
è uno degli elementi caratterizzanti dell’ età ellenistica.
Il Misantropo: La prima produzione
teatrale di Menandro è il Duskolos,
titolo reso in italiano con Il misantropo.
Il "misantropo" del titolo è Cnemone, un vecchio contadino che,
insofferente del genere umano, ha abbandonato la moglie ed il figliastro Gorgia
e vive lontano da tutti; unica compagnia, una vecchia serva ed una giovane
figlia devota a Pan il quale, per premiarla della sua devozione, ha fatto
innamorare di lei un ricco giovane di nome Sostrato. Questi gli antefatti. La
scontrosità di Cnemone rende difficile qualsiasi approccio del giovane, che
viene però inaspettatamente aiutato da un incidente occorso al vecchio: nel
tentativo di recuperare alcuni attrezzi accidentalmente caduti in un pozzo
questi vi precipita dentro, e solo l'intervento di Sostrato e di Gorgia gli
evita la morte. Ancora in affanno per il rischio corso, Cnemone si rende conto
dell'inumanità del proprio modo di vivere, e così adotta Gorgia come figlio e
lo incarica di trovare un marito alla sorella. Gorgia fidanza la fanciulla con
Sostrato e questi, per parte sua, convince il proprio padre Callippide a dare
in sposa a Gorgia la figlia, nonostante la disparità economica tra le due
famiglie. Al festino per le duplici nozze viene invitato anche Cnemone, ma il
vecchio è tornato quello di prima, e non vuole saperne di banchetti: ci
penseranno il servo Geta ed il cuoco a vendicarsi di lui trascinandolo a forza,
ancora dolorante, al pranzo di nozze.
L'Arbitrato: Sono solo
considerazioni inerenti allo stile quelle che inducono a collocare in una fase
più matura della produzione menandrea l'Epitrepontes,
L'arbitrato (il titolo di questa
commedia significa "coloro che si rivolgono ad un arbitro", ma si usa
renderlo più sbrigativamente con "l'arbitrato"). Un neonato esposto
viene raccolto dal pastore Davo, che però il giorno dopo lo cede ad un
carbonaio, tenendo per sé gli oggetti lasciati accanto al piccino. Il carbonaio
ora reclama anche quei monili, indispensabili per accertare l'identità del
trovatello, ma il pastore rifiuta e fra i due sorge una contesa. I litiganti
trovano casualmente un arbitro nel vecchio Smicrine, che ignora di essere nonno
del neonato, partorito da sua figlia Panfile pochi giorni prima e subito da lei
fatto esporre: infatti, sposata da appena cinque mesi con Carisio, la donna si
era ritrovata incinta per la violenza subita prima del matrimonio da uno
sconosciuto. Carisio, di ritorno da un viaggio, aveva saputo della gravidanza
della moglie e, certo che il figlio non fosse suo, se ne era andato da casa
cercando distrazione nell'etera Abrotono, nonostante fosse innamorato di
Panfile. L'arbitrato di Smicrine dà ragione al carbonaio, che così trattiene
per sé gli gnwrismata, ma Onesimo,
servo di Carisio, riconosce fra essi un anello del padrone, da lui perduto
durante una festa riservata a sole donne, e ne fa cenno ad Abrotono. A questo
punto l'etera ricorda di avere saputo dello stupro di una fanciulla avvenuto
durante una cerimonia del genere, e sospetta che il padre del bambino possa essere
proprio Carisio. Per accertarsene mostra a costui l'anello, fingendosi vittima
di quella violenza, ed il giovane ammette di averla commessa. Allora Smicrine,
saputa la cosa, preme sulla figlia perché si separi dal marito colpevole e si
faccia restituire la dote: ma Panfile, che ama ancora Carisio, si rifiuta di
farlo. Il giovane è frattanto preda di una profonda crisi di coscienza, avendo
ripudiato la moglie solo perché vittima di una violenza analoga a quella che
egli stesso crede di aver perpetrato sull'etera. Alla riconciliazione della
coppia dà la spinta finale Abrotono, che con estrema generosità riconosce a
Panfile la maternità del neonato (benché l'attribuirsela avrebbe potuto
consentirle l'affrancamento dalla sua condizione di prostituta), rivelando a
Carisio che la fanciulla violentata era proprio la sua futura moglie. Quasi
certamente anche Abrotono avrà avuto parte nel lieto fine della commedia.
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